Fosso Vorvoni

Questo fosso si trova sui monti prenestini e durante l’estate si secca, quindi abbiamo approfittato anche delle frequenti piogge che ci sono state queste due ultime settimane per scenderlo, l’unica incognita è la via di ritorno, però abbiamo la traccia GPS.

Con Fabio mi vedo al solito bar dietro Ikea, poi passiamo a casa di Valerio e Sara dove ci accolgono con un buon caffè, infine verso le ore 10,00 stiamo all’ingresso della forra, parcheggiamo davanti una piccola cappella votiva, lungo la strada che collega San Vito Romano a Capranica Prenestina, inoltre un tabellone illustra le caratteristiche ambientali del fosso (41°52’48.2″N 12°57’01.7″E)


Già dal ponte sulla strada si vede che c’è acqua, non è molta ma siamo fiduciosi, il fosso però si presenta ricco di vegetazione, comunque ci prepariamo e dopo esserci raccomandati a Santa Rita da Cascia, la cui cappelletta è dedicata, entriamo e ci si presenta subito la prima briglia di cemento, un paio di metri che scendiamo con la corda per evitare i rovi ai lati, le altre ahimè numerose briglie, le scendiamo tranquillamente in disarrampicata.


La descrizione recita: p4m, p5m, p8m, toboga 12m, p22m+5m,




fatto sta però che giungiamo sopra l’ultimo salto senza toccare corda, stupiti ed un po’ delusi ci godiamo quest’ultimo salto in cui è sufficiente una corda da 50m compreso anche per il saltino successivo (41°52’58.2″N 12°57’26.5″E)


Ora abbiamo la traccia gps da seguire, proseguiamo ancora qualche decina di metri ed un altro scivolo,


poi decidiamo di affrontare a destra la salita, sempre paralleli al fosso, incontriamo una piccola traccia nel bosco, vediamo che sale parallela a quanto ci indica il gps quindi proseguiamo, quando vediamo che ci stiamo allontanando troppo, correggiamo la rotta ma ci troviamo davanti ad un muro di rovi, quindi ci armiamo di cesoie e ripresa la direzione giusta, una mezz’ora dopo sbuchiamo sulla strada asfaltata, un po’ più a valle del previsto, a circa 500m e 3,5 ore dall’ingresso.


In conclusione, la traccia GPS è attendibile, meno la nota d’armo che insieme alla descrizione, rende la forra più attraente di quanto è veramente, qualche bello scorcio e le modeste vasche non saranno un buon motivo per ritornarci.

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Grotta della Sabina

Finalmente al terzo tentativo sono riuscito a trovare e visitare la Grotta della Sabina, grazie a Gianni e Maria che ricordavano dov’era.

Entriamo solo io, Rosa e Federica, facendo foto, l’ingresso è un grottone 2m x 4m, scoperto da un minatore nel 1841, in cerca di cave per massi da scogliera,



procediamo in discesa tra colonne stalagmitiche, la galleria è interessata da fenomeni di crollo ed è piuttosto scivolosa,


a metà grotta è stata installata una grossa corda marina, come ausilio alla discesa, che raggiunge la frana terminale.


Di particolare interesse sono i gradini intagliati all’interno, che si ritiene siano stati realizzati dai briganti che utilizzavano la grotta come rifugio,


tuttavia sembra più probabile una origine più antica, vista la vicinanza col tempio di Giove Anxur, e che quindi la cavità sia stata sfruttata anche a scopo di culto.

Per raggiungere la cavità, da Terracina dirigersi verso il Tempio di Giove Anxur, e parcheggiare (41°17’29.0″N 13°15’20.0″E) dopo una curva in prossimità di un piccolo parco (La fossata).

Qualche metro prima, sulla curva, parte un sentiero che risale il pendio sotto il tempio, bisogna seguirlo fin quando il sentiero non fa un tornante, alla fine del malridotto steccato di legno, da li sulla curva parte una traccia di sentiero, che sale parallelo al bordo della rupe in direzione di un albero isolato, raggiunto il quale bisogna andare verso destra in direzione dello strapiombo fino ad individuare facilmente la traccia che conduce alla grotta (13°15’33,33″E – 41°17’23,95″N) (10min di cammino)


Non è necessaria nessuna attrezzatura, a parte caschetto con luce, scarponcini da trekking e abbigliamento sporcabile.

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Grotta grande del vento e Grotta del fiume

Pasquetta, stiamo già qui dal giorno prima, alcuni di noi hanno già percorso la grotta del Mezzogiorno, oggi abbiamo appuntamento a San Vittore con i Daniela la nostra referente ed i ragazzi del GS CAI Jesi, che ci accompagneranno nella traversata delle due grotte, in tutto siamo una quindicina.

Entriamo dalla turistica Frasassi, dopo aver firmato l’ingresso e sotto gli occhi incuriositi dei turisti paganti, la grotta è splendida


e manco a dirlo, non c’è uno di noi che non scatta foto, nel frattempo le nostre guide ci descrivono la grotta e la storia della sua scoperta ed esplorazione.


Ad un certo punto abbandoniamo il sentiero turistico per inoltrarci ancor di più all’interno, già si avverte l’odore dello zolfo, che ci accompagnerà per tutta la traversata, la grotta si fa fangosa ma ancora molto bella,


ma sarà da quando entreremo nell’area della Grotta del fiume che ci sporcheremo veramente senza possibilità di evitarlo,

   

tutto il percorso sarà un alternarsi di arrampicate, traversi, cunicoli e passaggi più o meno atletici,


   

fino a sbucare infine sul fiume, un piccolo traverso a pelo d’acqua e siamo fuori.


Non rimane che lavare l’attrezzatura nel fiume e poi salutare le nostre guide.


Giunti di nuovo al rifugio organizziamo un pranzo/cena con gli avanzi dei giorni precedenti, Valerio é il nostro cuoco,


pulito il locale, caricate le auto, un ultimo caffè al bar dove riconsegniamo le chiavi del rifugio e via in direzione di casa, stanchi ma contenti delle belle esperienze fatte questi giorni.

Un ringraziamento particolare a Daniela che ha fatto il miracolo, in soli tre giorni è riuscita a farci avere il permesso per la traversata, grazie anche a Sabrina, lei sa……ed a tutti i ragazzi del GS CAI di Jesi che ci hanno accompagnato.

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GROTTA DEL MEZZOGIORNO

Per il week end pasquale mi è venuta l’idea di tornare alla Grotta del Mezzogiorno, nei pressi delle più famose Grotte di Frasassi, l’ingresso è regolamentato, anche a protezione dei pipistrelli che vi soggiornano, il periodo per fortuna è quello giusto, ma sono in ritardo per fare richiesta al Parco della Gola della Rossa, comunque ci provo.

Le prime telefonate vanno male, non risponde mai nessuno, tramite il sito web provo un altro numero e fortunatamente mi rispondono, non solo chi risponde e Michela del GS CAI Jesi, che molto gentilmente mi informa e indirizza per la via giusta, approfitto anche per chiedere informazioni per la traversata Fiume-Vento, mi consiglia anche di contattare il suo gruppo e magari possiamo anche usare il loro rifugio.

A tempo di record riesco ad ottenere tutti i permessi, così io, Rosa, Laura e Alessandra, siamo partiti da Roma sabato 31 marzo alle ore 15,00.

Circa 3 ore dopo saremmo dovuti arrivare al rifugio del CAI di Jesi a Pierosara, purtroppo un inconveniente meccanico piuttosto serio ci ha bloccato a metà strada, riusciamo a stento ad arrivare alla successiva stazione di servizio, e alla nostra richiesta di aiuto ci indicano una officina ad un chilometro il cui proprietario abita al piano superiore.

Lo raggiungiamo in qualche modo, ovviamente è chiuso ma proviamo a citofonare, fortunatamente il figlio a passeggio in bici con gli amici, ci chiama il meccanico, a pranzo fuori casa e così dopo meno di un’ora stiamo dentro l’officina, un’oretta dopo e 150 euro in meno ripartiamo, alla fine poteva andare peggio.

Un ultimo ostacolo ci separava dal traguardo, seguendo il “navigatore gps” ci troviamo davanti una strada chiusa per lavori, cosicché alla vecchia maniera, consultando una non una cartina, ma google maps, raggiungiamo il bar in cui abbiamo ritirato le chiavi del rifugio.

Nel frattempo si è fatta l’ora di cena, così ci fermiamo al ristorante, per il meritato ristoro ed infine al buio risaliamo le scalette che ci portano alla casetta dove soggiorneremo per 2 giorni.

Finalmente è domenica, ed è pure Pasqua, ci svegliamo alle ore 7,30, una bella colazione, latte e caffè, e colomba, ci raggiungono Paola e Stefano da Ancona, preparati i panini per tutti ci vestiamo, anche la navetta per il ritorno è stata organizzata, siamo pronti per partire.


Dal rifugio si sale verso Pierosara e si lasciano le macchine alla fine del paese (43°24’38.7″N 12°58’10.3″E), e prendiamo una strada bianca, a sinistra di una chiesetta,



iniziamo a camminare sotto una leggera pioggerella, tutto sommato fa caldo e con le mantelle ci bagniamo ancora di più di sudore, ben presto la strada diventa sentiero e prosegue con vari saliscendi, lo abbandoniamo quando in alto si intravede un grosso sgrottamento, che si raggiunge per un ripido sentiero, in meno di un’ora stiamo all’ingresso, (43°24’15.1″N 12°57’45.3″E)


La grotta la conosciamo solo io, Rosa e gli Astici, fondamentali in questa gita, che hanno contribuito sia all’armo che al disarmo e alla gestione delle persone meno esperte.

Dopo una breve sosta nel grottone , entriamo ormai alle ore 11,00, superato il cancello (sempre aperto) d’ingresso ci ritroviamo in un’ampia sala, dove è affissa una targa intitolata ad Emilio Comici, seguono ora una serie di stretti cunicoli, pressoché orizzontali, fino ad una saletta modestamente concrezionata dove finalmente si può stare nuovamente in piedi.


Ora bisogna effettuare la piccola risalita (8m), arrampicherà quello più bravo, ma non ce n’è stato bisogno, c’è una corda fissa, così alla fine salgo io e metto una corda nuova per gli altri e proseguo ad armare lo scivolo successivo (40m), che termina all’imbocco del Pozzo della sbarra (35m).



Guadagnata la base del pozzo, si va a destra guardando la corda, si risale un caos di blocchi giungendo nella Sala azzurra, si scende ora un pozzetto (6m), superato ora un piccolo dosso armato permanentemente, incontriamo il Pozzo elicoidale, l’ingresso è angusto ma tranquillo, a metà si biforca, bisogna proseguire dal lato del visibile frazionamento, giungendo al traverso, armato fisso, fino al Pozzo della finestra, a metà di questo una grossa cengia va percorsa in direzione della parete opposta e nascosto da uno sperone si trova il frazionamento.

Alla base del pozzo una sala di massi e detriti, lasciata la corda, pochi metri più in là va superata ancora una fessura, oltre poi si risale uno scivolo già armato, fino a raggiungere il Pozzo finale “camino 3B”.

Non ci rimane ora che percorrere la vasta galleria, cercando di non scivolare sul guano, ammirando tra le atre, le spettacolari “pelli di leopardo” sulle pareti, ad un certo punto si incontra una corda pendente sulla destra, ignorarla e proseguire, qui il soffitto si abbassa, ad un bivio si va a destra, ma ci sono le frecce, fino a raggiungere il cancello, sempre aperto di uscita, ci troviamo nella Grotta della beata Vergine di Frasassi, ancora pochi metri e cisi staglia davanti la bella chiesetta del Valadier ed i turisti in visita.


Usciamo che ormai sono le ore 20,00, ci abbiamo impiegato 9 ore, ad accoglierci troviamo Valerio e Sara, che si uniranno a noi stasera e domani.

Non ci rimane che scendere al parcheggio, con una breve passeggiata in discesa (43°24’18.1″N 12°56’50.3″E) a breve distanza dalla turistica Grotta Grande del Vento.

Recuperata l’auto a monte siamo tutti di nuovo al rifugio, Stefano e Paola rimarranno per cena, ma poi ripartiranno per Ancona. Tutti a dormire ben oltre la mezzanotte.

NOTA D’ARMO: trattandosi di una traversata, la percorrenza si è svolta solo in discesa, il disarmo in corda doppia.

Scheda tecnica d’armo

Luogo                                      Corde    Attacchi        Frazionamenti

 Prima risalita + corrimano       20 m     1 naturale

 Primo Scivolo                          40 m     1 naturale        1 naturale

 Pozzo della Sbarra                  50 m    1 naturale        1 spit

 Pozzetto Sala Azzurra             20 m    1 naturale        1 spit

 Pozzo Elicoidale                      25 m    2 spit                2 spit

 Traversata                               10 m    2 spit

 Pozzo della Finestra                40 m    2 naturali         1 spit

 Risalita                                     20 m    1 naturale

 Pozzo Finale (Camino 3B)       40 m    1 naturale        1 spit

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Fosso della Fonte di San Renzano

Finalmente è arrivata la stagione delle forre, come prima dell’anno abbiamo fatto questo piccolo ma divertente fosso umbro.

Mi ha parlato di questa forra Francesco del negozio Vertigini Sport di Terni, da lui esplorata tra gli altri 

     

che dire bellina con il giusto apporto idrico, se no perde di interesse

     

mai difficile, una sola pozza tuffabbile, armata quasi esclusivamente su alberi a volte con la corda stessa, da rivedere l’armo sull’ultimo salto

     

     

Dopo un ora circa di cammino siamo di nuovo alle auto.

http://catastoforre.aic-canyoning.it/index/forra/cod/PG030

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Anello Chiusi – Fabro – Chiusi in bici

Tramite gli amici Fabio e Silvia sono venuto a conoscenza di questa simpatica gita, non ho esitato minimamente ad aggregarmi, conosco già il Sentiero della Bonifica e questo è il suo naturale proseguimento fino a Fabro, accompagnati da Andrea del gruppo Volontari Ciclabile Tevere.

Così Sabato alle ore 13,00, io, Rosa e Laura, prendiamo il treno per Chiusi Scalo, non senza qualche problema con i biglietti, risolto all’ultimo minuto, che ci ha costretti ad una veloce corsa, perché il nostro treno era sul l’ultimo binario, in fondo in fondo, e prossimo alla partenza.

Finalmente siamo sul treno, appese le bici ai ganci, possiamo finalmente pranzare, pizza ed acqua, pasto frugale, ma ci teniamo per rifarci stasera al ristorante, ci aspettano ora quasi due ore di comodo viaggio che abbiamo trascorso chiacchierando e facendo progetti di future vacanze in bici.

Giunti a Chiusi scalo, non ci rimane che raggiungere Chiusi alta, un chilometro e mezzo di salita nella cui cima si trova il nostro albergo, La Fenice, iniziamo pedalando, ma ci arrendiamo quasi subito e nel tentativo di accorciare ci arrampichiamo su scalinate ripide, che alla fine ci hanno fatto faticare di più.

Rinfrescati e cambiati d’abito, ce ne andiamo a visitare Chiusi sotterranea, più precisamente il Labirinto di Porsenna, situato sotto la Cattedrale:


Porsenna è stato un Lucumone (Re) di Chiusi, passato alla storia per il suo intervento militare contro Roma, in supporto del re Tarquinio il Superbo che era stato estromesso dal potere dalla proclamazione della repubblica, la tradizione popolare ha identificato queste gallerie con “l’inestricabile labirinto” che si trovava nel basamento del grandioso mausoleo di Porsenna, descritto da Plinio il Vecchio in un passo della sua Naturalis Historia, e la leggenda, narra che in quel luogo sia nascosto il suo sarcofago, custodito in un cocchio d’oro trainato da dodici cavalli tutti d’oro, vegliato da una chioccia e da cinquemila pulcini … d’oro anch’essi.


In realtà si tratta di un percorso sotterraneo di circa centotrenta metri costituito da cunicoli facenti parte di un complesso sistema idraulico etrusco,



che si articola sotto tutta la città, raggiungendo una monumentale cisterna “etrusco-romana”, a pianta circolare, con pilastro centrale e doppia volta a botte, realizzata con grandi blocchi di travertino murati a secco (II-I secolo a.C.),



la visita termina nella torre campanaria, dalla cui sommità si ammira uno splendido panorama, che noi abbiamo trovato chiusa per restauro ma prossima alla riapertura come ci hanno detto, abbiamo potuto ammirarla solo dal basso.


La gentilissima guida, dopo aver visitato l’annesso museo, ci ha accompagnato a visitare la sala dell’antico organo, potendo così ammirare non solo la Cattedrale dall’alto, ma anche da più vicino gli splendidi mosaici che decorano la parte alta della chiesa.


Una curiosità: la roccia di cui sono composti i pilastri all’ingresso del museo, contiene molti fossili, testimoni di quando la regione era invasa dal mare,

Prima di cena ci siamo concessi anche una lunga e fredda passeggiata per le vie di Chiusi, facendo del Geocaching già che c’eravamo.


La serata è terminata davanti ad un buon piatto di Acquacotta, preceduto da un antipastino a base di coratella, e seguito da un assaggino di formaggi locali.

Domenica mattina sveglia alle ore 7,30 per avere tutto il tempo di rifare i pochi bagagli, ma sopratutto una comoda colazione al bar,poi verso le 9,15 siamo in sella per raggiungere, in 5minuti di discesa, la stazione, dove incontriamo tra gli altri Fabio e Silvia giunti da poco con il treno e al parcheggio, luogo d’appuntamento per la gita, Andrea.

Partiamo ben oltre le ore 10,00, il percorso è pressoché pianeggiante, lungo circa 45km, immerso nella campagna della Val di Chiana,




a parte una ripida salita per raggiungere Salci, un borgo fortificato, in cima ad una collina, eretto a ducato nel 1568 da papa Pio V, abbandonato da vent’anni ormai si presenta in serio degrado.



Dopo una breve sosta ed una lunga chiacchierata con l’unico abitante, riprendiamo la discesa in favore di Fabro distante solo 4km, dove finalmente facciamo merenda e approfittiamo per fare un po’ di manutenzione alle bici.



Il ritorno come d’altro canto l’andata, si svolge tranquillo, giunti alla stazione verso le ore 16,00 ci troviamo immersi nel carnevale,


degno finale di una bella giornata in compagnia di vecchi e nuovi amici.


Ecco il giro fatto:


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Fosso della Matassa

Si tratta di una gola molto semplice e quasi sempre asciutta, un ottimo terreno per chi vuole avvicinarsi al torrentismo.

Seconda uscita dell’anno, approfittando della necessità di dove passare al negozio “Vertigini Sport” di Terni, organizzo una forra poco impegnativa, anche l’appuntamento è comodo, ore 8,30 al solito bar di Settebagni, ci ritroviamo io, Laura, Valerio, Michele e Fabrizio.

Dato che questa forra è indicata per “principianti”, decidiamo allungare un po’ la gita e così giungiamo al parcheggio basso verso le ore 10,30, le indicazioni prese dal libro Gole & Canyon – Italia centrale di V. Carlin, T. Dobosz, G. Ecker, A. Pinotti, R. Recchioni / Edizioni Adriambiente, sono precise, ma i nostri tempi di percorrenza sono stati maggiori, ci abbiamo messo 3,5 ore per salire dal parcheggio basso al paese di Scoppio, nel gruppo c’erano due ex corsisti ed un neofita, per cui i tratti in arrampicata, insieme a Valerio, abbiamo deciso di armarli.

Giunti in cima dopo un misero pranzo, avendo supposto di fare prima del previsto non avevamo molto da mangiare, abbiamo visitato i ruderi del piccolo borgo e nascosta una cache


e dopo circa un ora abbiamo ripreso il sentiero di discesa che in 10 minuti ci ha condotto al primo salto. Si scendono una decina di salti, quasi tutti disarrampicando, ma sono attrezzabili, invece per l’ultimo che è il più alto, che tra corrimano, relè e deviatore, sono necessarie almeno 2 corde da 25m.



Siamo giunti alla confluenza che stava facendo buio, complice anche il tempo nuvolo, e abbiamo percorso il tratto finale con l’aiuto delle luci frontali, alla fine l’App GeoResQ che ho tenuto sempre acceso fin’ora, indicava che erano trascorse 7,5 ore. Cambiati al buio e ripartiti velocemente per Terni, un saluto a Francesco al negozio, che ci ha dato pure qualche dritta per una prossima gita, poi una veloce caccia per trovare una geocache in città, ed infine tutti ad Orte in un agriturismo per una meritata cena. A mezzanotte circa tutti a casa.

IL BORGO ABBANDONATO: Scoppio è un piccolo paesino disabitato del comune di Acquasparta (TR) a circa 640 m s.l.m., a ridosso dei Monti Martani, il nome deriva dal latino scopulus (rupe roccia), per via della sua posizione di dominio sulla piana sottostante. Intorno all’anno 1000 entra nelle Terre Arnolfe e ne seguirà le sorti.

Dimora di circa 25 famiglie, venne abbandonato intorno al 1950 in seguito ai danni causati da una serie di terremoti, intorno ai suoi resti sono presenti tartufaie e boschi che nascondono alcuni sentieri del CAI, infatti il suo aspetto fantasma e la sua suggestiva posizione che domina il fosso della Matassa, ne fanno una meta caratteristica di escursionisti.

Il piccolo borgo conserva tuttora vasti tratti della cinta muraria trecentesca, una piccola chiesa romanica di Sant’Angelo (XV secolo) o di San Pietro, ho trovato informazioni contrastanti in merito,



un campanile a vela e al suo interno, pregevoli frammenti di affreschi attribuiti al pittore spoletino Piermatteo Piergili.



Visitando il resto delle case oltre al degrado causato dall’abbandono è chiaro che tutta l’area è stata oggetto di accampamenti improvvisati, girando è possibile trovare di tutto: resti di stoviglie, materassi e vecchie sedie, bombole, ecc., per cui un po’ di prudenza è consigliata.

Informazioni tecniche

ACCESSO A VALLE: provenendo da Roma, autostrada fino ad Orte, poi Terni e
Spoleto, giunti sulla S.S. 418, circa 2 km dopo aver oltrepassato il centro abitato di Cisterna, si gira a sinistra ad un bivio (indicazioni per La Costa e Chiesa di S. Onofrio), prendendo una strada sterrata. Tralasciando un primo bivio a destra, si giunge ad un biforcazione ad “Y”, si prende a sinistra, ed in breve ci si ritrova alla località Casale Matassa, parcheggiare la macchina nei pressi della fonte. (Google Maps – Fonte Matassa, Località La Costa, 05021 Acquasparta PG, Coordinate GPS: 42.721084, 12.609683)

SENZA NAVETTA: dalla vettura si prosegue la sterrata, poi il greto del torrente continuando a risalire il fosso sempre sotto lo sperone roccioso dei paese di Scoppio, sono utili un paio di cesoie. Si raggiunge la confluenza tra i due rami della gola. Il ramo alla destra è quello “torrentistico”, che verrà sceso con le corde, mentre quello sulla sinistra è quello su cui continuare la salita. Si superano alcuni tratti in arrampicata che possono risultare scivolosi, la zona qui è molto incassata, più avanti la gola si allarga nel bosco e, in prossimità di un segnale del percorso M.T. su albero a destra, un sentiero traversa il fosso. Si sale ripidi a destra fino ad uscire sulla strada di accesso all’abitato.

ACCESSO A MONTE: circa 7 km prima del parcheggio a valle, un piccolo cartello indica di girare a sinistra verso il paese di Scoppio, la strada inizialmente asfaltata poi diventa sterrata ma in ottime condizioni, fino dentro il paese sono altri 7 km. (Google Maps – Ruderi di Scoppio, 05021 Acquasparta TR, Coordinate GPS: 42.728705, 12.597668)

DESCRIZIONE: Proseguire verso le case e, prendere il sentiero di sinistra (cartello sentiero CAI) che scende il versante opposto a quello di salita, giungendo al fondovalle. Entrati nel Fosso della Matassa, si percorre un breve tratto per raggiungere il primi salti attrezzato, ne seguiranno poi altri, alternati ad alcuni superabili in arrampicata. Tutto l’itinerario è stretto tra scoscese pareti calcaree e l’ambiente è sicuramente gradevole. Si scendono una mezza dozzina di salti in corda doppia, dopo l’ultima verticale, che è anche la più alta (15 m), si giunge alla confluenza tra i due rami della gola dove termina l’itinerario. Da qui se non si è asciata l’auto a valle, occorre percorrere a ritroso il greto del torrente di destra, sinistra guardando la confluenza, per giungere all’auto a monte.

NOTA D’ARMO: Il tratto di gola che si risale, ha delle piccole arrampicate che possono risultare scivolose, in cima ci sono i chiodi ma non le piastrine. Nel tratto di gola che si scende, l’altezza massima è di 15m (l’ultimo salto), necessarie 2 corde da 25m. I chiodi fix sono tutti doppi, ma hanno solo una piastrina, forse dato lo scarso interesse della forra, chi l’ha attrezzata ha deciso di risparmiare.

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Una tranquilla Befana “da paura”

Prima grotta dell’anno in compagnia di mia moglie Rosa e Laura, Carlo, Davide e Francesca, ormai ex, corsisti e quindi prima grotta da ex, qualche pensiero ce l’ho perché sono l’unico esperto, però i miei compagni sono stati bravi durante il corso è quindi provo a fidarmi.

Approfittando del ponte della Befana, partiamo sabato con l’intenzione di fare la Grotta del Diavolo ed andare poi alle Terme di Saturnia, la domenica si vedrà.

Sabato: appuntamento a casa di Davide alle ore 7.30, che ci prepara una ricca colazione, ma ci vorrà almeno un altra ora prima di partire tant’era buona e cordiale l’ospitalità.


Partiamo tutti col furgone di Laura e dal momento che sono raffreddato, chiedo ai compagni se possiamo posticipare la grotta a domenica così da avere un giorno in più per riprendermi,

foto: Laura Ravaschio

foto davide Migliarini

così cambiamo programma e ci ritroviamo a visitare prima la bella Sovana,

foto: Davide Migliarini

foto: Rosa De Filippis

merenda con pizza calda calda e facciamo anche un po’ di geocaching,


foto: Laura Ravaschio

poi la vicina necropoli dove pranziamo anche

foto: Davide Migliarini

foto: Rosa De Filippis

ed infine dopo aver preso accordi con il B&B ci tuffiamo a Saturnia fino al tramonto.

foto: Rosa De Filippis

foto: Davide Migliarini

Giunti al luogo dove dormiremo, una bella doccia e poi tutti al ristorante per una meritata e gustosa cena. La serata finisce dopo un po’ di racconti di speleologia vissuta e programmi per domani.

Domenica: colazione alle ore 08,00 ai giovani ho già fatto trovare la tavola imbandita, il clima in casa è sereno ed all’esterno pure meglio, usciamo un’oretta dopo, Rosa rimane a casa dolente con la schiena, le terme non gli hanno giovato molto, io sto un po’ meglio e lungo la strada nei pressi di Rocchette di Fazio cerchiamo anche e troviamo un’altra cache, verso le 11,00 siamo pronti per entrare in grotta.

Armando il primo pozzo faccio un po’ di lezione di armo e nodi, ripasso un po’ di tecnica e frazionamenti, non si sa mai, per loro è solo la quarta grotta e l’ultima l’hanno fatta più di un mese fa’, ed infine scendo.

foto: Davide Migliarini

foto: Davide Migliarini

Abbiamo quattro sacchi e siamo in cinque, altra prima volta per loro, che durante il corso non gli abbiamo fatto portare, mi seguono senza problemi, anzi si danno pure assistenza a vicenda, inizio ad armare il pozzo da 40m gli spiego cosa dovranno fare dopo di me e scendo.

foto: Davide Migliarini

foto: Davide Migliarini

Giunto al frazionamento trovo due anelli resinati, i fori sono grandi così mi allongio pure e comincio l’allestimento quando….. il dramma.

Mentre sono appeso con il discensore bloccato, sento cedere qualcosa all’improvviso e mi ritrovo appeso solo sull’asola di chiusura destra dell’imbracatura, insomma si è aperto il delta, quello con la chiusura Trilock, e l’asola sinistra se n’è uscita, lì a metà pozzo, a circa 25m dal fondo e senza possibilità di appoggiarmi, sono quasi morto dallo spavento, pochi secondi per cercare di capire cosa fosse successo, il delta comunque era chiuso, quindi aprendosi non si è deformato, questa è una buona cosa, prendo un moschettone e lo collego all’asola piccola della trilonge, ma non basta per chiudere l’imbraco, ce ne vuole un’altro.

Ora anche se ho chiuso l’imbraco, comunque non sono riuscito a mettermi in asse ed il peso comunque è solo sull’asola destra, i miei pensieri in quei secondi erano: reggerà solo un’asola? Reggerà un solo cosciale? Mi vedevo già volare di sotto proprio come nei film. Non posso tornare su perché il croll in quella posizione non era utilizzabile e non c’è nessuno che possa aiutarmi, anzi quando mi chiedono come va, ignari, dico loro di avere pazienza perché sono in difficoltà, in una brutta posizione, la mia voce ed il mio tono tradiscono il mio stato d’animo, me ne rendo conto, sicuramente si stanno preoccupando ma gli dico di togliersi dalla verticale, mettersi in un luogo sicuro ed attendere un mio segnale.

Decido di scendere quindi, è la cosa più rapida da fare e nonostante lo sfregamento della corda non avrei sicuramente problemi, se armo però il frazionamento ho una chance di tornare su, senza rischiare poi o dovere attendere il soccorso, d’altro canto però sono minuti preziosi che perdo e sto sudando freddo, quanto reggerà ancora tutto?

Decido di armare il frazionamento, non faccio un nodo “topolino o coniglio” che dir si voglia, troppo lungo da regolare, collego con un cordino in Kevlar i due attacchi e armo su uno solo, in quella posizione scomoda, tutto il peso sulla gamba destra, mi allongio, sblocco il discensore, lo passo sotto e riblocco, tolgo la longe, libero il discensore e velocemente giungo a terra.

Respiro. Comunico agli altri che sto bene ed al sicuro, ma che non devono scendere, il frazionamento va sistemato, devono attendere che mi riprendo, salgo e metto tutto in ordine.

Ora provo a capire perché si è aperto il delta, ed il motivo è perché la molla di ritorno della chiusura Trilock non è tornata indietro, quindi si è comportato come un moschettone senza ghiera e non me ne sono accorto quando mi sono imbracato, una cosa a cui faccio sempre attenzione, perché so che le pieghe della tuta o altro posso impedire il ritorno della molla, ma forse anche per colpa del raffreddore o l’eccessiva sicurezza di chi va in grotta da anni, oggi ho visto la morte in faccia.

Comunque ora bisogna andare avanti, il delta è ancora affidabile, basta chiudere la ghiera a mano, probabilmente è necessario un po’ di lubrificante, ma funziona, così inizio la risalita lentamente, senza troppi scossoni e giungo al frazionamento.

Ora comunico più facilmente con i ragazzi sopra, e sistemo il frazionamento per proseguire la gita, ma forse perché li ho spaventati, forse perché decidono che per me oggi può bastare, mi dicono di tornare su che usciamo.

Sulla grossa cengia che divide a metà il primo pozzo, pranziamo e nel mentre gli spiego cosa è successo, poi gli propongo di visitare il ramo caldo della grotta, che è orizzontale ma che ha due modesti saltini dove possono anche esercitarsi ad armare, e cosi và.

foto: Davide Migliarini

foto: Davide Migliarini

Armano e disarmano loro, visitiamo il ramo caldo, molto caldo, mi seguono, qualcuno si infila in buchi stretti,vogliosi di esplorazione e facciamo qualche foto, è una bella squadra questa, usciamo infine verso le ore 17,30 tutti interi e felici…..più o meno, con la promessa che ce li riporterò a breve, nel frattempo avvisiamo Rosa ed il resto del gruppo, ignari di tutto, che stiamo fuori, e nel giro di un’ora stiamo a casa.

Ormai è buio quando arriviamo al B&B, qualcuno approfitta per una rapida doccia, nel mentre racconto tutto a Rosa, facciamo merenda con gli avanzi della giornata, tè, caffè e quattro chiacchiere con la signora Marcella nostro referente per l’alloggio, carichiamo il furgone e via, tre ore dopo circa siamo tutti a casa, felici, io più di tutti del week-end trascorso.

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Gole dell’Alcantara

Giornata uggiosa oggi, terzultimo giorno di vacanze, cosa ci rimane da fare prima della partenza? Una idea ce la da l’App “Sciara Nera” ovvero il sito Etnatrecking.com che in questi giorni abbiamo ottimamente consultato: le Gole dell’Alcantara.

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Sono uno dei luoghi più noti della Sicilia, profonde gole scavate nel basalto colonnare da parte del fiume Alcantara, il cui nome di origine araba, deriva da un antico ponte a campata unica che lo attraversava (“Al qantarah”, il ponte).

Seguiamo il consiglio di visitarle entrando dal lato non turistico, meno comodo, ma più selvaggio e affascinante e sopratutto gratuito.

Provenendo da Giardini Naxos, seguiamo le coordinate GPS ricavate dal sito e arriviamo ad un piazzale dove parcheggiamo l’auto 37°52’48.9″N 15°10’15.7″E (37.880242, 15.171033) Google Maps.

Non notiamo subito le scritte in vernice di “proprietà privata”, così di li a poco ci viene incontro un signore, che gentilmente ci chiede le nostre intenzioni e va a finire che ci accompagna nella sua proprietà attraversando il suo frutteto e la sua campagna, facendoci osservare le gole dall’alto e da luoghi privilegiati.

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Tornati alla macchina, di fronte a noi si trova un muretto in pietra con delle scale, scendendo si giunge a delle ringhiere in metallo ed si può osservare il basalto colonnare delle gole.

Risaliamo all’auto e a questo punto, a piedi,  continuiamo a seguire verso valle la strada sterrata,

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seguendo le indicazioni del gentile signore, ma anche la traccia GPS dell’App e dopo qualche centinaia di metri si gira a sinistra per prendere un sentiero

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37°52’39.1″N 15°10’22.7″E (37.877514, 15.172970) Google Maps, che porta rapidamente sul letto del fiume.

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Ci troviamo all’uscita delle gole e sul lato opposto all’accesso turistico 37°52’43.9″N 15°10’26.9″E (37.878867, 15.174140) Google Maps, di fronte all’obbrobrio dell’ascensore, vediamo che c’è gente che cammina scalza nel fiume,

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anche noi entriamo ma abbiamo le scarpe e ci possiamo permettere una passeggiata più sicura all’interno delle gole, nel frattempo continua a piovigginare, l’acqua è fredda ma non troppo e poco profonda,

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incontriamo un gruppo che le sta percorrendo in stile canyoning e con un pizzico di invidia ci fermiamo a chiede informazioni, poi ancora qualche foto a valle

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e si torna, non prima di un rinfrescante scivolone in acqua, vabbè dai ci sta’!

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Grotta Intraleo

La grotta consiste in un insieme di gallerie di scorrimento di varie dimensioni situate a livelli diversi.

Si accede alla grotta tramite delle scalette intagliate nella roccia, ci troviamo ancora all’aperto, al centro di un crollo del soffitto,

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la piccola galleria a monte è stata parzialmente chiusa con un muretto a secco,

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all’interno è stato realizzato un altarino su cui è deposta una madonnina.

Tornati fuori si scende il caos di blocchi e dopo pochi metri si giunge ad altri due ingressi.

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Quello basso chiude subito, ed è presente un grosso rotolo di lava, mentre maggiore sviluppo presenta la galleria soprastante, più avanti si divide in tre rami situati a quote diverse,

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sempre molto larghi, il ramo destro però un po’ più basso.

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Per visitarla, dal comune di Adrano (Me), raggiungere le coordinate 14°54’33,72” – 37°43’10,97”, una volta parcheggiato dove si può, prendere il sentiero oltre la sbarra e la grotta si trova a qualche decina di metri 14°54’33,96” – 37°43’13,39”

A pochi minuti di auto, siamo andati poi a visitare il Ponte Saraceno

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che cavalca il fiume Simeto e il Salto del Pecoraio.

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