Rio e’ Forru – Cascate di Pirincanes

Il raduno di Speleologia è ormai finito, domani si riparte per Roma, oggi 29 aprile 2019 ci rimane giusto il tempo per una ultima forra, e dal momento che siamo solo in tre e la distanza tra i due parcheggi è breve, poco più di 2km, decidiamo di non fare navetta, ma di lasciare la macchina a metà strada, cosi da dimezzare i tempi di avvicinamento e rientro.

Abbiamo così percorso un piccolo gioiellino di forra, fra le rocce granitiche del Gennargentu, 300m di canyon per un dislivello di 120m, in 2 ore circa, in tutto 4 calate di cui la più alta di 23m, gli ancoraggi sono tutti in fix inox doppi

Stiamo nel comune di Villanova Strisàili (Nu) e per raggiungere la meta della nostra gita, dalla SP389 (39.921244, 9.477145) si gira e si attraversa uno stretto ponte, si supera due volte la linea ferroviaria e si segue la strada che si inoltra nella valle del Rio Flumendosa,

costeggiando il Lago Bau Muggeris, seguire il navigatore fino ai punti gps di parcheggio: parcheggio a valle 39.937250, 9.392500 – parcheggio a monte 39.946739, 9.387722

Arriviamo all’inizio della forra verso le 13,00, proprio al guado con l’auto, il rumore dell’acqua promette bene e dopo esserci cambiati, l’asciamo Laura a guardia delle nostre cose ed io e Giancarlo portiamo l’auto un chilometro indietro, entriamo infine un’ora dopo.

   

Il primo salto arriva già dopo 5 min di progressione, sopra a tutti c’è acqua in scorrimento, ma mai difficili,

   

poi due toboga e siamo all’uscita, alla confluenza col Rio Calaresu,

   

non ci resta che risalirlo per una mezz’ora, marciando tra i ciottoli e sabbia, guadandolo ogni tanto per tagliare le anse, fino al ponte di uscita, eventuale parcheggio a valle.

Un altro chilometro abbondante di strada asfaltata in leggera salita e siamo alla macchina.

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Codula Fuili

Il giorno 25 è iniziato il Raduno di Speleologia, Icnussa 2019, alcuni amici sono partiti, altri sono sopraggiunti, oggi 27 sto ancora smaltendo la fatica di Gorropu, così oggi decidiamo di percorrere questa piccola forra che termina in mare e finire così la giornata in spiaggia.

Nei pressi di Cala Gonone, dalla SS26 si prende la direzione per Nuraghe Mannu, se non lo si intende visitare proseguire fino alle coordinate 40.249278, 9.602750, si parcheggia l’incrocio con una sterrata.

Sul lato opposto un sentiero segnato con degli omini di pietra, in 5 minuti conduce al greto.

Mentre ci prepariamo, Fabrizio, Giancarlo e Alessio vanno a lasciare la macchina a valle per la navetta di ritorno, diretti verso la nota spiaggia di Cala Fuili e parcheggiando 11 km dopo alla fine della strada (40.256863, 9.624605), dove un comodo sentiero conduce al mare e quella sarà la nostra uscita.

Sono circa le ore 11,00 quando entriamo nel greto, dopo una breve camminata siamo già al primo salto di 4m, lo scendiamo ed anche il successivo sempre da 4m e consecutivo,

seguono due o tre disarrampicate con l’ausilio di corde già in loco,

e poi il bello e inaspettato pozzo da 22m, un corrimano in acciaio agevola l’accesso agli attacchi di calata, che avviene in un ambiente simile ad una grotta, gestisce la discesa Fabrizio.

Le pareti ora sono molto vicine, dopo qualche decina di metri giungiamo al salto da 15m, questa volta tocca a me gestire la calata e velocemente stiamo tutti giù,

una breve camminata ed ecco l’ultimo piccolo salto, neanche il tempo di rilassarci che una grossa pietra cadendo sfiora Giancarlo, rasentando la tragedia.

Una volta messici al riparo, facciamo una piccola merenda e poi via velocemente, una mezz’ora di camminata facile nel greto asciutto, alberi, escursionisti e freeclimber all’azione, ci separano dalla spiaggia dove stanno ad attenderci Rosa, Carlo e Marcello.

Fa caldo, un tuffo in mare è d’obbligo anche se l’acqua è gelata.

Abbiamo percorso 3km di canyon, con un dislivello di 345m, sono state sufficienti 2 corde da 30m, agli ancoraggi sono su catena, fix e resinati, la forra è secca quindi siamo abbigliati comodamente.

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Gorropu Amarcord

Mentre sceglievo le foto per il post precedente, sulle Gole di Gorropu, mi è venuta voglia di vedere quelle vecchie del 1992, un attacco di nostalgia, e così ora mi ritrovo a scrivere questo pezzo e a raccontare quell’avventura, dei personaggi e della tecnica usata per percorrerle.

La data impressa sulla diapositiva dice che era di luglio, tre mesi dopo essermi sposato con Rosa, diciamo che è stato un prolungamento del viaggio di nozze, ma in compagnia degli amici più cari, un paio purtroppo non ci sono più.

Sandro ci propose questa escursione, onestamente non era la persona più affidabile tra di noi, sicuramente la più buona e simpatica, e così lo seguimmo, a bordo del suo primo Land Rover blu.

Con noi c’erano anche Fabio e Andrea, era l’ora di pranzo e visto che faceva pure caldo, ci fermammo a mangiare all’ombra di due grossi alberi, nei pressi dell’Ovile di Sedda ar Baccas, dove poi abbiamo lasciato l’auto.

Dopo pranzo a pancia piena decidemmo di fare la forra in due giorni, sapevamo che era lunga, per cui ce la prendemmo comoda, ed anche la pennichella post pasto ci stava tutta.

Ci avrebbero raggiunti due giorni dopo anche Pier Leonida e Massimo, quindi sapevamo già di non riuscire a farla tutta e poi avevamo una sola auto, navetta non si poteva fare, per cui raggiunta la confluenza con la Codula di Orbisi, saremmo tornati risalendo il sentiero che separa le due forre.

 

Così preparammo gli zaini, con anche il necessario per passare una di notte all’addiaccio, cibo, fornelletto, sacco a pelo e amache, per non dormire in terra, mi ricordo che lo zaino era pesantissimo, Rosa poverina non ce la faceva a portarlo, mi ricordo che mi arrabbiai un po’, comunque gli amici più comprensivi di me si divisero le sue cose ed anch’io feci la mia parte ovviamente.

Prima che calasse il buio giungemmo in prossimità del primo salto, ma senza scenderlo, installammo li il nostro bivacco serale, stendemmo le amache tra un sasso e l’altro, noi solo le avevamo e la notte passò tranquilla.

Le amache mi son sempre piaciute, ma per riposare, una notte intera non l’ho mai sopportata, ancora di più oggi, ma a 28 anni i dolori passano presto, così l’indomani alla prima luce, non era possibile altrimenti, cominciammo le calate.

Il primo salto è asciutto, ancora oggi lo è, scendiamo su corda singola, armo speleo e discensori speleo, e l’ultimo poi in contrappeso sull’altra metà della corda, la tecnica canyoning che si usa oggi, era ancora di la da venire, al massimo chi di noi aveva esperienza di arrampicata scendeva usando l’otto o il mezzo barcaiolo, non ricordo, nessuno di noi indossa il casco, tanto stiamo all’aperto, mica in grotta, indossiamo dei bei cappelli di cuoio comprati qualche giorno prima, oggi se qualcuno si approcciasse così, i strilli si sentirebbero fin in continente.

   

Poi cominciano i laghetti, ma noi abbiamo il canotto speleo, ecco cosa pesava tanto! Ma ne io e Rosa sapevamo nuotare, era indispensabile,

   

così ci traghettammo tutti, il primo che giungeva sull’altra sponda remando con le mani, tirava a se tutti gli altri, ma nonostante ciò Sandro riesce a cadere in acqua, per fortuna fa caldo.

   

Giungiamo così ad un altro salto, alla base c’è il lago, bisogna salire sul canotto direttamente in calata, tutto bene finché non tocca a Rosa, purtroppo l’inesperienza gli fa spostare il natante da sotto i piedi, sentendosi mancare l’appoggio sotto i piedi si spaventa e cade in acqua,

   

mezzo metro di volo per carità, però per chi non sa nuotare e a paura e un’altezza enorme, comunque rimane aggrappata alla corda e Andrea si toglie macchina fotografica e orologio da dosso e nuotando gli va incontro e purtroppo quest’ultimo rimarrà come dazio per il tranquillo proseguimento della gita,

   

non prima però di un ultimo capovolgimento di canotto, in uno dei laghi successivi, con sopra Sandro, sempre lui, che non ci prova nemmeno a risalirci sopra, si aggrappa e viene tirato a riva direttamente.

Il resto procede tranquillo, giungiamo alla confluenza e Sandro che conosce la strada, dice lui, ci conduce su per il sentiero di uscita, però sta facendo buio, ormai non ce la facciamo ad arrivare all’auto in tempo, siamo un po’ preoccupati per gli amici che ci devono raggiungere, più che altro non vogliamo che si preoccupino loro per noi non vedendoci arrivare, però ormai non ci sono alternative, per cui decidiamo di accamparci, troviamo un paio di alberi che possano darci riparo e appendere le amache, in una zona più o meno pianeggiante per quelli che dormo per terra.

Il giorno dopo, i dolori post amaca ci sono sempre, mentre smontavamo il piccolo campo, passa di li un cacciatore, al quale chiediamo indicazioni per la via di ritorno, da li capisco che le informazioni di Sandro erano lacunose, tuttavia l’incontro fortunato ci permette di arrivare con sicurezza e con fatica, almeno così ricordo la lunga salita, all’ovile dove avevamo parcheggiato, seguendo il nuovo e temporaneo amico.

Affamati, assetati e stanchi, avevamo solo il necessario per un giorno fuori, chiediamo ospitalità al pastore, più che altro da bere, e lo seguimmo, davanti a noi lui scansava con i piedi le cacche delle capre per aprirci una strada pulita, ah ah ah che scena, ma ci accolse nell’ovile

e non ci offri solo acqua ma ci ristorò con dell’ottimo caglio tiepido e pane carasau, e senza vergogna chiediamo il bis e ci compriamo anche una forma di formaggio, in quell’occasione entrai dentro il suo ricovero pastorale e vidi per la prima volta come sono fatti: un divanetto posteriore di auto come giaciglio, un foro quadrato al centro con ancora la brace accesa, come riscaldamento notturno e per cuocere il latte e scaffali tutto in torno per gli attrezzi e per i formaggi.

Avendo ormai pranzato, ci concedemmo un po’ di riposo, prima di ripartire verso il luogo d’incontro con Massimo e Pier Leonida.

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Gola di Gorropu

In lingua sarda il termine gorropu significa “gola” ed è un profondo canyon creato dall’azione erosiva del Rio Flumineddu, ubicato nel Supramonte in Sardegna, tra i comuni di Orgosolo ed Urzulei.

Ci spetta oggi 24 aprile 2019, un lungo percorso acquatico, percorrendo il tratto più incassato del Rio Flumineddu, in un paesaggio carsico aspro e selvaggio, per concludersi col grandioso canyon finale, chiamato appunto Gorropu, dove i turisti giungono dal basso per visitarlo, almeno questo è quello che recitano le varie guide consultate ed è quello che ci aspettiamo di trovare.

La sera prima abbiamo lasciato l’auto per la navetta, per raggiungere il parcheggio, nei pressi di Dorgali si prende una comoda strada asfaltata che scende verso valle e in una ventina di minuti, circa 10km, si giunge in località S’Abba Arva e all’omonimo ponte, qualche decina di metri prima, nel piazzale del bar si può parcheggiare a pagamento (40.224501, 9.516004), il resto è tutto divieto.

Oggi invece quel sant’uomo di Rocco non viene con noi, per risparmiarci una navetta di 43km è costretto anche lui alla levataccia, sì perché prevediamo di stare fuori non meno di 9 ore per cui dobbiamo partire presto, così ci accompagna all’ingresso della forra, e quindi: dall’incrocio con la SS125, percorriamo circa 10km di strada sterrata (preferibilmente con una auto alta), fino agli ovili di Campos Bargios, per poi girare a sinistra e percorrere ancora 1km circa, fino ad uno slargo (40.144833, 9.477778) ed a un sentiero sulla destra “video sorvegliato”.


Sono le 08,00 del mattino quando ci salutiamo, seguiamo le indicazioni sul libro di “Corrado Conca”, dall’accesso “video sorvegliato” seguiamo il sentiero fino ad intercettare un ripido e sassoso fosso che scende dentro il Riu Flumineddu in circa 15min.

 

 

 

Ora ci aspettano circa un’ora e mezza di camminata tranquilla dentro il fiume secco, gli zaini sono pesanti ma siamo ancora freschi e filiamo come il vento,


 

 

 

poi arriviamo al primo salto, asciutto, e al secondo incomincia l’acqua, purtroppo stagnante e non è piacevole immergersi,



 

 

si supera ancora qualche pozza ed ancora un paio di salti, e poi un susseguirsi di laghetti e toboga, fino alla confluenza con la Codula di Orbisi, denominata Sa Juntura.


Da qui si può risalire presso, tramite il sentiero, che percorre lo spartiacque tra il Flumineddu e Orbisi, fino agli ovili di Sedda Ar Baccas e poi più avanti seguendo la sterrata, all’auto eventualmente lasciata.


Oppure come abbiamo fatto noi, continuare la discesa percorrendo il fiume secco fino ad incontrare le nuove e più pulite pozze, superabili anche con dei traversi attrezzati, da verificare perché non sempre in buono stato, fino ad entrare in uno scavernamento, che i locali chiamano il sifone,

   

anch’esso attrezzato alto, ma in pessimo stato, qui l’acqua è limpida e la luce che filtra dall’alto rende tutto più bello, una breve nuotata se siamo sull’orlo del piccolo ed ultimo salto dove incontriamo i primi turisti che provengono dal basso.


Qui ci cambiamo e dopo una breve pausa, cominciamo la lunga marcia di rientro, 45minuti di cammino su placche e sassi, un piccolo contrattempo, abbiamo preso un sentiero sbagliato, ci costringe ad una calata di 15m dalle pareti della forra, attrezzata su un albero per non tornare indietro, e giunti infine all’uscita della gola, dove c’è il check-in, per i turisti ci viene anche chiesto il pagamento del biglietto, perché essendo la Gola Monumento Naturale, il gestore non fa differenze tra turisti e torrentisti.


Ripresa la marcia, stanchi e con un po’ di malumore, due ore dopo stiamo al ponte e alla macchina, sono ormai le ore 17,30, cioè dopo 9,30 dalla partenza, abbiamo rispettato i tempi descritti nella guida, comprese pause e piccoli contrattempi, e senza nemmeno cambiarci, saliamo in auto e torniamo ad Urzulei dove ci aspettano Rosa e Rocco.

Dal punto di vista naturalistico, la forra è stupenda, dal punto di vista sportivo invece si cammina molto, e non so quanto meriti veramente la visita, abbiamo percorso una dozzina di chilometri, ma solo nella metà centrale ci sono verticali, il dislivello è di 400m circa, si superano una decina di piccoli salti armati su fix e catene, con acqua putrida, almeno in questa stagione, a parte l’ingrottamento che è bellino, e sono sufficienti 2 corde da 20m.

In conclusione, avendola già fatta per metà quasi 30 anni fa, e integralmente invece ora, con i dolori che ho oggi che scrivo, non credo che ci sarà una terza vista.

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Grotta Donini

Siamo sul Supramonte, nel comune di Urzulei (Nu), la grotta si apre all’interno della Codula di Orbisi, un profondo canyon carsico, di cui è un livello più giovane, costituita da una galleria principale occupata da numerosi laghi e da una decina di salti lungo il percorso, l’ultimo e più alto di 50m termina nei pressi delle Gole di Gorropu e la cascata che ne deriva in caso di piena è chiamata Su Cunn’e s’Ebba.

Con noi oggi 22 aprile 2019 ci sono anche Daniela ed Alessio, anche loro in vacanza e al raduno di speleologia, non hanno le mute, ma gli prestiamo le nostre doppie io ed Emilio, un po’ grandi ma di meglio non si può fare.

Per raggiungere la cavità, dalla SS125, bisognerà percorrere circa 10km di strada sterrata, preferibilmente con una auto alta, fino agli ovili di Campos Bargios, poi proseguire ancora per un paio di chilometri fino alla fine della strada, chiusa da una sbarra, in località Sedda Ar Baccas, dove si parcheggia (40.165139, 9.487639).

Oltre la sbarra la strada ben presto diventa sentiero fino a raggiungere in mezz’ora circa il greto del Rio Flumineddu, in quel punto chiamato Sa Juntura, ovvero la confluenza con la Codula di Orbisi.

Pochi metri prima del parcheggio invece, un cartello di legno indica il sentiero per entrare nella Codula di Orbisi, così entrati facilmente nel greto, lo seguiamo verso valle e dopo circa 15 minuti di cammino, troviamo l’ingresso in riva destra (40.166889, 9.489750).



Il pozzetto d’ingresso è già armato, visto l’imminente inizio del raduno ICNUSSA 2019 supponiamo anche il resto della grotta, tuttavia ci portiamo ugualmente le corde, abbiamo 2x60m, quindi procederemo in stile canyoning, recuperando la corda sotto ogni salto.


Entriamo e i primi due salti sono secchi, poi incontriamo l’acqua, che non ci abbandonerà mai fino all’uscita,




le verticali non presentano difficoltà, alcune anche tuffabili, un paio di frazionamenti sono facilmente superabili, armata con fix inox doppi e armi naturali,




bella anche è faticosa la lunga nuotata,







ed infine l’ultimo salto non armato, gli organizzatori del raduno hanno previsto l’uscita dall’alto, infatti pochi metri prima abbiamo visto una corda che saliva verso la luce, noi invece avendo le corde con noi abbiamo preferito uscire dal pozzo di 50m armando in doppia e senza problemi.




Sono passate 5 ore da quando siamo entrati, siamo scesi circa 250m e percorso 700m di grotta, ora dalla base dell’ultimo salto abbiamo proseguito qualche decina di metri e nuovamente calati da un alberello su una cengia a sinistra, superato il laghetto alla base, un omino di pietra indica la direzione da prendere, passando subito sotto il salto grande della Codula di Orbisi e alla Grotta dei Colombi,


sempre seguendo gli “omini” ci si arrampica su roccette fino a sbucare sul sentiero che percorre lo spartiacque con il Rio Flumineddu, ben visibile a valle, continuando si sbuca sulla sterrata che dal parcheggio continua oltre la sbarra, in totale circa un’ora di marcia.

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Bacu su Palu

Secondo giorno ad Urzulei, 21 aprile 2019, leggiamo su “Torrentismo in Sardegna” di Corrado Conca, che questa forra ha sempre scorrimento, cosa non scontata in quest’isola, così decidiamo di andare a visitarla.

E’ da un mese che preparo questa vacanza, ho il telefono pieno di tracce e coordinate, ed è a lui che mi affido per raggiungere prima il parcheggio a valle (40.171889, 9.561500 località Teletotes), percorrendo dal bivio sulla SS125 ancora 11 km di sterrato discreto, fermandoci alla fine della strada, nei pressi di un ponte di legno.

Lasciata l’auto ed il cambio asciutto, torniamo indietro sempre sulla SS125 e nei pressi dell’area faunistica di Sa Portisca, prendiamo una strada sterrata che percorriamo per circa 3km dove termina in uno slargo (40.172556, 9.545778), la navetta in tutto è stata di 29km e nell’ultimo tratto dove tra l’altro consiglio una auto alta, incontriamo anche due stupendi cervi.

Da qui seguiamo una traccia in discesa, superiamo un cancello apribile, ed in circa 10 minuti stiamo al fiume.

La discesa è tranquilla, in un ambiente naturale stupendo, acqua in scorrimento anche se non abbondante, ma qualche tuffo lo abbiamo fatto,

in tutto abbiamo sceso, ancorati su fix inox doppi, una decina di salti, molti evitabili, sono state sufficienti 2 corde da 30m, percorso 1500m con un dislivello di 460m, in circa 6 ore.

Dall’ultimo salto non ci rimane che seguire per 20 minuti prima il greto, per qualche decina di metri ancora, fino ad incontrare sulla destra un sentiero che quasi subito biforca, tralasciamo la salita e continuiamo costeggiando il torrente, qualche saliscendi e poi decisamente in discesa fino a rientrare nel letto secco del fiume, qualche metro verso valle e giungiamo alla confluenza con la Codula di Luna, che abbiamo seguito verso monte fino al ponte di legno e al parcheggio.

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Dolina di Tiscali

Sabato santo prima di Pasqua, 20 aprile 2019, siamo diretti ad Urzulei (Nu) dove quest’anno si terrà ICNUSSA 2019 – IMPRONTE, ovvero il Raduno Nazionale di Speleologia, appena sbarcati dal traghetto, non prima di aver però preso possesso dell’alloggio, ci dirigiamo verso la Valle del Lanaitto e al villaggio nuragico di Tiscali.

Ci troviamo sul Supramonte, nei comuni di Dorgali e Oliena (Nuoro), si passa nei pressi delle grotte di Sa Oche e Su Bentu, si possono visitare ma non abbiamo tempo, proseguiamo e parcheggiamo a queste coordinate 40.247528, 9.492028, ma anche senza la strada è ben segnalata.

Con un’auto 4×4 si può parcheggiare più avanti, fin dove la strada è chiusa da dei massi, accorciando di circa mezz’ora la passeggiata, noi invece partiamo dalle coordinate

   

   

ci mettiamo un’ora e mezza in totale per arrivare alla Dolina in cui si nascondono le rovine (40.241556, 9.491667, 500m slm circa).

   

Volevamo ridiscendere tramite una delle forre (asciutte) nei pressi, quindi ci siamo portati tutta l’attrezzatura dietro, ma non abbiamo fatto in tempo, il buio incombeva, inoltre Rosa a causa della stanchezza, cadeva sbattendo la testa e procurandosi una ferita, senza per fortuna nessuna conseguenza grave, motivo in più per riprendere lo stesso sentiero d’andata.

La sera allegramente e stanchi, tutti a cena davanti ad una generosa porzione di maialino sardo.

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La Vottara

23 marzo 2019

Si tratta della forra creata dal torrente Schiato, confinato tra le alte pareti della Ripa delle Janare, conosciuta col nome dialettale la Vottara (vottare = gettare) ovvero il luogo dove si getta il torrente, ma volgarmente chiamata la gola di Furore.

Dopo tanto organizzare, siamo partiti solo in tre, svanite quindi la possibilità di fare navetta con due auto, ci rassegniamo alla eventuale camminata pre o post forra.

Partiti alle ore 7,30 del mattino di sabato, arriviamo ad Agerola, nella frazione di San Lazzaro dove alloggiamo all’Ostello Beata Solitudo, lasciamo un po’ di bagagli e ci dirigiamo subito al parcheggio alto intorno alle ore 11,30, quando la SS366 attraversa la forra si parcheggia in una piazzola nei pressi (N40° 37′ 24.5″ E14° 33′ 31.1″), c’è spazio solo per un paio di auto.

A completamento dell’informazione sull’itinerario, la macchina a valle va parcheggiata nei pressi del Fiordo di Furore, questa è la parte più difficile, non essendoci posto, a meno che di soggiornare in una delle locande vicine che hanno il posto auto.

Si può evitare la navetta, ritornando indietro tramite le ripide e caratteristiche scalette, in poco più di mezz’ora (così recita Google Maps), e questo abbiamo scelto noi sperando di fare presto ed uscire così con un po’ di luce.

Entriamo a mezzogiorno passato, poco prima del ponte che attraversa la forra, scavalchiamo un piccolo cancello arrugginito e passiamo sotto un ponticello per scendere ripidamente verso l’acqua che si intravede, fatta una decina di metri in discesa si intercetta un sentiero orizzontale che verso destra conduce al fondo, in totale 5 minuti.

   

   

Purtroppo la forra è fortemente inquinata essendo percorsa su entrambi i lati dalla SS336 nonostante ciò la prima metà conserva l’acqua ancora abbastanza limpida, poi quando si fa più stretta siamo giunti nei pressi della galleria con le acque di fogna di Agerola, l’odore non è piacevole, quando è possibile si cerca di passare senza bagnarsi, ed infine si arriva al mare, dentro il Fiordo di Furore, sul Tirreno.

   

La forra prevede una ventina di calate, diverse alte una ventina di metri, noi abbiamo una corda da 30m ed una da 40m, ogni volta è una caccia agli armi, attacchi pochi, spesso ci si cala su esili alberelli, tuffi non sono possibili, non ci sono vasche profonde,

   

e l’ingresso obbligato in un’antica cartiera che ne sfruttava le acque, infine una volta giunti sulla spiaggia ghiaiosa un tuffo in mare è d’obbligo.

Noi purtroppo siamo giunti verso le ore 19,00, ben sette ore dopo, quindi al buio, gli untimi tre salti li abbiamo fatti alla luce delle lampade frontali, ci siamo ovviamente fatti il bagno in mare, scattato foto.

Ora c’era da affrontare il rientro, siamo stanchi e affamati, l’amica di Emilio che doveva raggiungerci per cena, non se la sente di guidare di notte, e noi non abbiamo voglia di farcela a piedi, così dalla spiaggia, abbiamo chiamato un Taxi che proveniente dalla vicina Amalfi ci porterà al nostro alloggio.

Saliamo le scalette che ci portano sul ponte, ma a pochi metri dalla fine un muro ci sbarra la strada, meravigliati ci tocca scavalcare e dopo pochi secondi arriva il Taxi, l’autista incuriosito dalla nostra gita, ci racconterà poi, che l’accesso al fiordo è chiuso per via dell’inquinamento e che siamo stati fortunati ad uscire col buio, non visti, se no una multa non ce l’avrebbe levata nessuno.

Ci penserà lui poi a pareggiare i conti quando toccherà pagarlo per il servizio navetta.

Dopo una veloce doccia, la serata finisce al ristorante, assaporando le prelibatezze locali.

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Fosso dei Tre Archi

Come al solito ci siamo organizzati il sabato pomeriggio, però alla fine ci ritroviamo in sei, verso le ore 8,30 di domenica 17 febbraio 2019, al bar vicino casa di Fabrizio e Veruska.
Oggi andiamo sul Monte Cairo (Fr), quindi prendiamo l’autostrada fino a Pontecorvo, poi una volta usciti in direzione di Roccasecca, superata la quale si seguono parallele le Gola del Melfa in direzione di Santopadre fino a raggiungere le coordinate del parcheggio a valle (41.606651N 13.665608E), non senza qualche difficoltà, perché non avendo segnale sul telefono, il navigatore era fuori uso, abbiamo dovuto cercare la strada alla vecchia maniera, quindi abbiamo lasciato l’auto di navetta in corrispondenza del ponte che scavalca il Fosso dei Tre Archi.
Con l’altra auto ci dirigiamo alla contrada Pietraia (comune di Santopadre), raggiunte le ultime case si parcheggia (41.608208N 13.661177E).
Dopo aver percorso a piedi 100m di strada con fondo in cemento, attraversiamo un uliveto prima, prati poi e in 5 minuti stiamo al greto (41.606256N 13.661722E).
Sono le ore 12,00 ormai quando entriamo in forra, nonostante le indicazione del libro troviamo la gola in secca e noi stiamo con le mute, ad un terzo circa della gola troviamo una pozza stagnante, tuffabile, ma preferiamo evitarla,


i salti non sono molto alti, anche il salto di 35m, il più alto, in realtà lo abbiamo sceso solo per i primi 8m più verticali, il resto è un lungo scivolo che abbiamo fatto senza corda giacché asciutto.



Al salto successivo ritroviamo l’acqua, una sorgente perenne alimenta ora la gola, siamo ormai a due terzi della forra, dalla vasca, poco profonda, il torrente si divide in due getti: quello a destra percorre quanto resta di un antico condotto ipogeo, oggi ridotto a due splendidi archi, ancora un salto e raggiungiamo il ponte sopra il quale abbiamo parcheggiato.

Ci sarebbe ancora un salto da scendere, ma orma il più è fatto, già da un po’ abbiamo incontrato immondizia, per cui evitiamo la discesa, in 5 minuti saliamo i pochi metri che ci dividono dalla strada, e dietro la curva c’è la macchina.
In poco più di tre ore abbiamo percorso circa 350m di fosso, sceso una dozzina di salti, sempre ancorandoci ad alberi o su rari spit/fix, per un dislivello di 265m.
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Fosso Scoccio

Stiamo percorrendo il solito fosso laziale, asciutto, ripido e con numerosi salti, chiuso tra basse pareti, quando la roccia è asciutta, spesso si può disarampicare, le vasche di acqua piovana si possono aggirare o sfruttiamo gli alberi laterali per calarci oltre.

Oggi 10 febbraio 2019 siamo solo in tre e con noi c’è il nuovo entrato Alessandro, ci vediamo al solito bar vicino Ikea e poi andiamo a prendere Valerio a casa, che è di strada e dove facciamo anche colazione.

Salutata Sara che deve studiare e Django, in meno di un ora stiamo nei pressi di Pisoniano, ancora sui Monti Prenestini, ora ci sono due strade che portano alle coordinate di parcheggio, ma una è interrotta, quindi conviene girare a questo bivio (41.90185N-12.9578583E), e parcheggiare nei pressi del fosso (41.9061944N – 12.9493917E).

Da qui una traccia supera i rovi e sale ripida, sempre segnata da vernice rossa e parallela al fosso che quando ripiana lo attraversa, questo è l’ingresso (41.9051667N – 12.9450111E), meno di un ora di cammino.

La discesa è tranquilla, il fosso è asciutto a parte qualche vasca che aggiriamo, i 22 salti citati nella descrizione di Angileri (I canyon del Lazio) non li vediamo, nemmeno il più alto di 26m, più che altro sono dei lunghi scivoli o concatenamenti di più saltini, gli ancoraggi sono sempre su alberi o su rari spit/fix, comunque in circa quattro ore, dopo 350m di sviluppo e 230m di dislivello, siamo di nuovo alle auto, bagnati solo fino alle ginocchia.

Tornati a casa, Valerio ci offre una ottima carbonara, e giacché il blocco del traffico a Roma ci obbliga a posticipare il rientro, inganniamo il tempo con un po’ di musica “live” (loro) e una partita con la Play Station (sempre loro).

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