Fossellone

Dopo aver visitato la grotta di San Silviano descritta nel post precedente, ci dirigiamo alla ricerca di questo nuovo cache.

Raggiungiamo così San Felice Circeo e la grotta il cui nome deriva dalla grande apertura circolare, ben visibile dal mare, dovuta al crollo parziale della volta ed è accessibile sia via mare che via terra, tramite un sentiero.

archivio: wikipedia

Si parcheggia nel piazzale di Via della grotta delle capre e si segue il sentiero con le indicazioni, giunti davanti un muro ci si rende conto che la strada è preclusa,

il sentiero oltre è stretto e sul bordo della scogliera,

questa situazione ha convinto le istituzioni a impedire il passaggio agli avventori, tuttavia con un po’ di buona volontà si potrà trovare una valida alternativa nella macchia.

Lungo il percorso si oltrepassa anche un lungo scivolo terroso, tenete a mente la parola scivolo,

qualora vi venisse in mente di provare ad entrare, questo è l’ingresso della Grotta dell’Impiso (appeso), il cui nome deriva dalla grossa stalattite che pende dal soffitto, purtroppo non potendo entrare perché troppo ripida la discesa, ci dobbiamo accontentare di un rapido sguardo dal bordo degli scogli.

Nei pressi della nostra grotta invece, si passa sopra un ponte naturale, creato dal crollo della parte centrale del soffitto, ma difficilmente ce se ne rende conto per via della fitta vegetazione,

pochi passi più avanti, un buio pertugio artificiale ed una scala intagliata nella roccia, ci permette di scendere nella cavità.

Costituita da un corpo centrale con una scarpata che arriva al mare e da numerosi antri laterali, noi alla fine delle scale entriamo nell’evidente cunicolo alla nostra destra, luogo dove è nascosto il cache.

Attrezzati con una buona luce, dopo qualche metro ci ritroviamo in una grande sala, sulla nostra destra vediamo una larga fossa quadrata, si tratta dei resti di uno scavo archeologico, in cui sono stati trovati resti databili all’epoca paleolitica, tra l’Uomo di Neandertal e Homo Sapiens;

di fronte invece una bianca colata calcitica e qualche stalattite abbelliscono l’ambiente,

ed è in questa zona che si concentra la ricerca del cache, che tra una capocciata ed uno scivolone viene recuperata.

Usciti dalla zona buia, affrontiamo la facile scarpata fino al mare, ammirando la maestosità dell’ambiente.

A questo punto non ci rimane che tornare indietro e trovare l’ultimo cache situato nei pressi della Grotta delle Capre, a soli 200m lungo lo stesso sentiero.

tutte le foto dove non indicato, sono state messe a disposizione dai partecipanti.

Ecco un breve video della “caccia”

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San Silviano

La leggenda racconta che Silvano fuggì dall’Africa del Nord assieme al padre Eleuterio, a causa della persecuzione dei Vandali, stabilendosi a Terracina, l’antica ‘Anxur’ dei Volsci. 

La tradizione manoscritta dei testi e l’uso popolare di essi, hanno trasformato di volta in volta il nome in Silvino, Salviano, Salviniano, Silviano; tanto è vero che la località dove sorge la chiesa dedicata a San Silvano e la grotta meta della nostra gita, si chiama Silviano e si trova poco distante da Terracina,. 

Il nome Silvano deriva dal latino ‘Silvanus’ e significa ‘abitante del bosco’; era chiamata così l’antica divinità romana, parallela al greco Pan, protettrice delle selve, delle greggi e dei campi; di solito raffigurato con una lunga barba e una folta chioma coronata di pino.

Autore: Antonio Borrelli (fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/40400)

La grotta è nota “da sempre”, ed è stata frequentata dalla popolazione locale fin da tempi lontani, come testimoniano le scoperte archeologiche avvenute negli anni ’50. Nel corso del XX secolo la grotta è stata visitata numerosissime volte; a partire dal 1954 il numero di speleologi che hanno percorso la grotta è stimabile in alcune migliaia, e numerosa è forse stata anche la frequentazione della gente del luogo. La cavità è un caos di massi secco e polveroso, ed essendo stata utilizzata come locale punto di scarico di rifiuti, è attualmente in uno stato di notevole degrado ambientale.

Autore: Le grotte del lazio, Mecchia G., Mecchia M., Piro M., Barbati M.

Ciò nonostante nasconde anche angoli di rara bellezza, vi si accede tramite un largo pozzo non protetto, profondo solo 5m,

utilizzando una scaletta in ferro già in loco, piuttosto malmessa,

per cui abbiamo messo una corda di sicura e quindi è necessaria una minima esperienza speleo-alpinistica. Giunti alla base ovvero in cima al cono detritico, che altro non è se non il tetto della grotta che sprofondando ha creato il pozzo,

si può cominciare a scendere, con molta attenzione mi raccomando, in fondo c’è un altro pozzo di 10m circa, e ammirare le grandi colonne stalagmitiche e le stalattiti pendenti.

Prima però bisogna cercare il cache, se no che siamo venuti a fare?

spoiler

Se non siete speleologi oltre non vi consiglio di andare, in ogni caso sono necessari: scarponcini da trekking, caschetto e luci per gli angoli dove non arriva la luce.

Noi che invece un po’ di esperienza l’abbiamo, abbiamo visitato la grotta. Per primo siamo scesi a sinistra verso l’ampio salone visibile in fondo

poi ci siamo intrufolati nei massi, cercando un passaggio per andare più in basso

successivamente tornando indietro, abbiamo visitato qualche altro luogo concrezionato

per poi attrezzare il breve “traverso”, che ci ha permesso di superare il pozzo senza cadere

e raggiungere la sala dei pipistrelli.

e come tutte le belle avventure …

… finisce a tarallucci e vino

Ecco un breve video della escursione

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WET OR DRY?

A luglio del 2017, anche qui nella Grotta di Punta degli Stretti, sull’onda dell’entusiasmo scaturito dal nuovo gioco che stavo ancora imparando, ho nascosto un contenitore, abbinando così anche l’altra mia passione originaria che è la speleologia.

Qui sotto il link per la descrizione della cavità:

Oggi sono tornato sul luogo del misfatto, insieme a Dolina 59, after8 e Geppo, io per un controllo e loro per incrementare il loro già pesante bottino di cache, inoltre approfitto per girare un breve video che troverete qui sotto alla fine del post.

il sentiero di accesso
i resti di un camper

Giacché la cavità ha due ingressi, entriamo dalla parte piu comoda ma anche più tenebrosa, infatti si tratta di una galleria ferroviaria dove durante la sua realizazione è stata intercettata una grotta naturale e che una volta andata in disuso è stata trasformata in pizzeria, poi abbandonata nuovamente e definitivamente.

l’ingresso

Tutto ciò rende l’ambiente molto terrificante ai più, ma che invece è frequente meta di speleologi.

l’interno della pizzeria

Attraversiamo quindi quel che resta del locale commerciale, osservandone i locali e scavalcando frigoriferi e suppellettili arrugginiti,

le cose abbandonate

percorriamo poi la galleria fin dove è stata intercettata la grotta, a destra la via bagnata (wet), più grande e ricca di stalattiti, a sinistra la via asciutta (dry), più breve che termina al suo ingresso naturale, a pochi metri dalla strada.

la galleria ferroviaria
dry or wet?
l’ingresso del ramo bagnato
e quello asciutto
il ramo asciutto della grotta
carpon carponi

Procedendo carpon carponi, la cache è stata trovata con facilità dai nostri esploratori, che velocemente tornano a rivedere il caldo sole.

l’uscita

Ed ora il video diario:

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Lo Spacco della Regina

Ai piedi del versante sud-est del colle di Ansedonia, all’inizio della bella e rinomata spiaggia locale, dove in antichità si trovava il porto della città di Cosa, di cui sono ancora visibili i resti semisommersi dal mare di moli e frangiflutti, si trova una antica Tagliata Etrusca,

in realtà c’è un errore, si tratta invece di un’opera di ingegneria idraulica romana, e venne realizzata per ottimizzare il flusso ed il riflusso delle acque dal porto, in modo da evitarne l’insabbiamento.

Proprio lì accanto si trova lo Spacco della Regina, meta della nostra gita e luogo dove ho nascosto tre anni fa una cache (GC7PGH4), in maniera del tutto improvvisata, per terra vedo un piccolo contenitore adatto allo scopo, 3 o 4 foglietti da blocco notes et voilà, cache realizzata. Successivamente sono tornato per un controllo e ho portato un contenitore più consono.

Oggi sono venuti per un weekend di geocaching, after8 e Geppo, ed io Grottambulo e Dolina59 passiamo la giornata con loro a fargli compagnia e da ciceroni.

Si tratta di una fenditura naturale della roccia, che in tempi remoti svolgeva le funzione della Tagliata, poi una frana la rese inagibile e venne probabilmente riutilizzata per celebrare riti religiosi.

Una volta parcheggiato, raggiungiamo velocemente le coordinate di inizio percorso, davanti ad un rustico ponticello, che superato con molta attenzione, ci porta davanti lo Spacco.

L’ingresso è stretto e buio, ma non troppo, superati i primi metri, la luce che penetra dall’alto è sufficiente a fornire un’illuminazione apprezzabile, noi comunque abbiamo delle lampade necessarie anche per fare un breve video che posterò sul mio canale YouTube.

Percorrendo la spaccatura troviamo diversi ambienti intervallati da stretti cunicoli, l’ambiente non è molto pulito purtroppo, per colpa dell’inciviltà dei villeggianti e delle abitazioni soprastanti, però se riuscite a togliervi dagli occhi questa cosa, potrete con la giusta luce ammirare uno spettacolo molto suggestivo.

Mentre io e Dolina59 ci attardiamo per girare il video, Geppo e after8 scompaiono, per ritrovarli nella sala grande già intenti a firmare il logbook della cache, quindi dopo qualche altra foto, ci giriamo e torniamo verso l’uscita, dove il chiosco in riva al mare ci attende per una gustosa merenda.

Ed ora un po’ di storia:

La leggenda racconta che la giovane regina Ansedonia fin da piccola era costretta ad un regime consono al suo rango che le impediva di svolgere qualsiasi attività di svago e libertà rispetto agli altri bambini, talvolta le era consentito di uscire dalla reggia per fare una passeggiata e proprio durante una di queste passeggiate si imbatté in un luogo di straordinaria bellezza, una conca naturale con acqua talmente limpida che non seppe resistere all’impulso di tuffarsi lasciandosi abbracciare dall’acqua.

Da quel giorno la regina scelse quel luogo come unica meta delle sue passeggiate, ma essendo il bagno a quei tempi oggetto di scandalo per una donna qualsiasi figuriamoci per una regina.

Le malelingue parlarono subito di riti satanici che venivano celebrati in quel posto e quando la regina Ansedonia non fece più ritorno a casa si pensò complice e vittima di quei riti malefici.

Si narra inoltre che la stessa Ansedonia abbia nascosto in questa fessura naturale un tesoro misterioso che non è mai stato trovato.

Ah ah ah, non ci siamo inventati nulla di nuovo, ma il nostro tesoro c’è!

Inoltre sulla spiaggia, si trova la Torre della Tagliata, rivolta verso il mare, e fu costruita nel XV secolo a difesa dello Stato dei Presidi sui resti di una villa di età imperiale (nel cortile e sulla destra della torre sono ancore visibili altri resti della villa romana).

È detta anche Torre Puccini, poiché il compositore Giacomo Puccini vi soggiornò dal 1919 al 1922 e qui pare che compose parte della celebre opera lirica Turandot.

Oggi è un edificio di proprietà del Genio Civile e si notano i numerosi interventi effettuati nei secoli successivi.

Qui sotto un breve video:

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LOST PLACE THE OLD ALUNITE MINES OF MONTIONI

Durante la nostra vacanza, nei pressi del promontorio di Piombino, il geocaching ci ha portato a visitare questo luogo, ovvero le cave di allume di Montioni (GC6P9W9), a solo mezz’ora di macchina, che anche da speleologi di lungo corso quali siamo non potevamo farci sfuggire.

L’accesso alla miniera non è proibito, infatti è molto frequentata da gruppi di speleologi e avventurieri locali, ma è necessario fare attenzione, non ci sono pericoli particolari, ma ricordiamo sempre che ci troviamo sotto terra, in un ambiente che può essere considerato ostile, in cui é molto presente il rischio di scivolamento (e non di caduta). Indispensabile l’utilizzo di una torcia, meglio anche di un caschetto e scarponcini da trekking.

Così attrezzati quindi affrontiamo la discesa, alla ricerca della scatolina nascosta.

Ma iniziamo la relazione dal parcheggio, dove si possono vedere i resti dell’antico villaggio mineriaro, in parte ancora abitato, i resti diroccati sono ancora visibili lungo il sentiero che percorriamo nel bosco,

incontriamo un ponticello sulla destra che attraversiamo,

una piccola deviazione che ci porta al cospetto dell’ingresso di una miniera, non è quella che cerchiamo, ma già che ci siamo diamo un’occhiata anche a questa.

Il cancello di metallo è socchiuso, non si apre di più ma si passa, così indossiamo le lampade e ci troviamo a percorrere questa lunga e diritta galleria finchè non incontriamo una frana,

il passaggio c’è ma non siamo attrezzati per questo, sicuramente ci saremmo sporcati molto di più, quindi scattiamo qualche foto e torniamo indietro.

Proseguendo sul sentiero originario, incontriamo il piccolo fabbricato diroccato delle Terme della Baciocca,

ora il sentiero comincia a salire, ogni tanto qualche targa ci descrive la flora del bosco, tramite l’uso del GPS ad un bivio lasciamo il sentiero per una traccia sulla sinistra, di fronte invece vediamo un altro buco, che visiteremo al ritorno, continuando quindi su questa nuova via, nei pressi di un rudere dobbiamo scegliere se andare a sinistra o a destra, scegliamo a destra perchè il GPS ci indica quella direzione e ci ritroviamo di fronte alla recinzione che chiude l’ingresso della cava.

Scendiamo costeggiando la rete fino al cancello d’ingresso aperto,

scopriamo poi che la via più comoda è a sinistra del rudere,

oltrepassato il quale, dopo una ventina di metri, stiamo davanti al geande arco d’entrata della cava e sviariati altri passaggi, la guida ci consiglia quello più a destra e così entriamo.

Dopo un breve meandro si entra in una saletta da cui partono due rami,

la prosecuzione giusta è a sinistra e poi subito a destra, che dopo una breve discesa sbuca ai margini della grande sala principile, ancora in alto, rispetto al fondo.

Affrontiamo l’ultima discesa, scivolosa e polverosa e raggiungiamo così il luogo indicato dalla descrizione che abbiamo,

qui dobbiamo confrontare le immagini pubblicate per individuare dove cercare la cache, le informazioni allegate sono in inglese e questo non ci aiuta, neanche la traduzione automatica, cerchiamo di interpretarle col ragionamento, saliamo il pendio verso l’uscita e cerchiamo invano,

così io solo ridiscendo e provo la salita dalla parte opposta, in cima esploro le altre vie di prosecuzione, male che vada ho visto un posto nuovo,

poi tornando indietro faccio un ultimo tentativo e…. voilà, ecco la scatolina, dopo un’oretta tra discesa e ricerca.

Il logbook è umido ma è normale in luoghi come questi, ed anche pieno, così decido di inserire un nuovo foglietto, firmato il quale dopo non resta che la foto di rito e poi giù, via verso l’uscita.

Bella avventura, questa è una di quelle cose che preferisco nel geocaching, posti particolari, pieni di storia, che in città non puoi vedere e con un pizzico di avventura a condire il tutto.

Ora un po’ di storia

All’interno del Parco Naturale di Montioni, in maremma, tra le province di Grosseto e Livorno, l’allume venne scoperto nel 1474 e, dopo essere rimaste inattive per molto tempo, le cave furono riaperte nel 1803, ma soltanto durante il governo di Elisa Baciocchi Bonaparte, sorella di Napoleone che, all’inizio del XIX secolo, era stata insignita del titolo di Principessa di Lucca e Piombino, poi Granduchessa di Toscana.

Il villaggio minerario comprendeva le case dei minatori, un palazzo per la residenza della principessa e uno stabilimento termale (“Terme della Baciocca”) i cui resti sono tutt’oggi visibili.

Il minerale era molto ricercato dalle industrie tessili come fissante per colori, veniva utilizzato nella concia delle pelli, nella produzione del vetro e in medicina. Si tratta di un sale, tecnicamente un solfato doppio di alluminio e potassio, che si presenta come un solido bianco incolore e inodore,estratto dall’alunite, un minerale che si rinviene nelle rocce vulcaniche cariche di potassio.

Cliccando sul link, il video della esplorazione

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Valle Cupa

Prima forra dopo il secondo lockdown, finalmente riusciamo avedere un po’ di verde, un po’ di natura senza che sia circondato da asfalto e palazzi.

Siamo solamente in tre oggi, insieme a me ci sono Emilio che mi passa a prendere con la sua auto e Gianni che ci raggiunge sul posto con la sua Smart, così riusciamo anche a organizzare una navetta per il ritorno.

Dopo una ricca colazione a Cave, raggiungiamo il parcheggio di uscita forra (41.8379472N 12.9270556E) alla fine della strada, il torrente è a fianco a noi, 50m più in basso, lasciamo la Smart accanto ad un cancello, da dove parte un sentiero in discesa, immaginando che sia quella la strada di ritorno.

ore 16,30 siamo usciti

Torniamo indietro, per proseguire poi verso Rocca di Cave, dopo una serie di tornanti che mi hanno fatto ricordare la colazione, giungiamo al parcheggio alto (41.8542417N 12.9382639E) al termine della strada cementata percorsa, il torrente è anche qui a fianco a noi, si entra dove è più comodo.

pronti per partire, ore 11.00

Ci prepariamo, la forra è secca, a parte un paio di vasche evitabili, tuttavia non è la prima volta che nonostante la descrizione che abbiamo, alla fine tocca bagnarsi il sedere, inoltre ha piovuto il giorno prima e pure oggi la giornata è uggiosa, quindi mi sono portato una salopette di neoprene da 1,5mm, di quelle da barca, con l’intenzione di sacrificarmi per tutti, se necessario, armando magari una teleferica, giacché in origine dovevamo essere di più e meno abili.

Iniziamo la discesa, sono le ore 11,00, il primo tratto è orizzontale evitando la vegetazione, mai troppo fastidiosa, poi superati i primi salti, oltrepassiamo la prima vasca senza nemmeno accorgerci dell’acqua,

ancora qualche bel salto e siamo alla seconda vasca, quella più problematica e grande, la corda finisce in acqua, c’è la possibilità di un traverso a filo d’acqua, ma sembra scivoloso, il bagno sembra scontato, per cui decidiamo di scendere da un albero spostato rispetto alla linea di discesa, in questo caso però toccherà fare attenzione a tutta la vegetazione che ci trascineremo giù.

La scelta è vincente, non ci bagnamo e possiamo proseguire asciutti, nel frattempo il meteo è migliorato e nel fosso non fa poi così freddo, anzi , a causa dei tratti di marcia che incontriamo, si comincia a sudare, io con la salopette asciutta anche di più.

Abbiamo fatto solo sei o sette salti finora, ce ne aspettano ancora una dozzina e qualche disarrampicata.

Giungiamo sopra sopra l’ultimo salto, senza problemi ma stanchi, io ancor di più chiedo una pausa, forse complici questo anno e mezzo di sosta forzata, i due lockdown, sono distrutto, erano anni che non mi sentivo così stanco, per fortuna i mie compagni sembrano accusare di meno la fatica.

Fatta una merenda, scendiamo l’ultimo salto e affrontiamo la lunga marcia di ritorno, l’ambiente è invaso da tronchi e ramaglie, che vanno continuamente scavalcati o sottopassati, trovandosi ogni volta il passaggio migliore, molto faticoso. Ben presto appare il tufo, superiamo la confluenza con il Fosso della Cannuccetta, alcune briglie fino a raggiungerne una (41.8385889N 12.9264722E) da cui a sinistra parte un sentiero che risale verso la strada.

la briglia

Inizialmente segnata dai classici colori del CAI, la traccia ben presto tende a venire chiusa dalla vegetazione, ad un bivio giriamo a sinistra e saliamo più ripidamente, poi il sentiero ripiana, ma è diventato una striscia di fango tra i rovi, scivoloso sul pendio, fino a che non lo perdiamo del tutto nel bosco, io sono distrutto, nel frattempo ho dovuto fermarmi almeno un paio di volte, Emilio che segue la traccia GPS sul telefono è convinto che manca poco, lascia lo zaino e va in esplorazione, finché pochi metri sopra le nostre teste non passa un’auto, confortati da ciò ripartiamo risaliamo ripidamente quel che manca e sbuchiamo a un paio di cento metri dalla macchina, dopo una mezz’ora di camminata e non quindi da quel sentiero vicino il cancello inizialmente descritto, sono le ore 16,30.

Recuperata la macchina di Emilio a monte, Gianni va direttamente a casa, per poi incontrarci di nuovo tutti a casa mia con le rispettive signore, che hanno preparato una sontuosa cena, e qualche amico di passaggio.

In sostanza abbiamo sceso una quindicina di salti, il più alto di 27m, gli attacchi sono naturali e su spit, sufficienti, forse la prossima volta potrebbe essere necessario cambiare qualche cordino, forra decisamente asciutta nonostante la pioggia del giorno prima.

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Inferniglio

Agosto 2018, fa tanto caldo, quale miglior occasione potrebbe superare quella di cercare una cache in grotta? La grotta, la cache e poi farsi il bagno nell’aniene!

Aggiudicato! Complice anche la presenza di Stefania, Pietro, Letizia e Davide (gli Ortensia) in vacanza a Roma e ospiti di Laura (after8), raduno un po’ di amici e parenti e facciamo un bel gruppone, ancora si poteva fare (sig) e partiamo in direzione Subiaco. Per gli Ortensia oltre a fare una esperienza in una grotta non turistica, anche quella di trovare una mia cache, in un luogo fuori dal comune.

Arrvati a Subiaco, ridente cittadina famosa tra l’altro per il Santuario benedettino del Sacro Speco, sito meraviglioso ma che non è la meta della nostra gita,

passiamo davanti i ruderi della Villa di Nerone, ancora costeggiando l’Aniene, nei pressi del Laghetto di San Benedetto fino a giungere alla Mola Vecchia, di fronte l’ingresso della grotta, dove c’è un’area attrezzata per pic-nic, parcheggiamo e prendiamo possesso del posto.

Un pochino di storia: la Mola Vecchia fu costruita dai Padri Benedettini nel XI secolo ed è situata in un punto dove l’Aniene forma un invaso naturale e per secoli utilizzato per la macinazione dei cereali dai paesi limitrofi a Jenne. Dell’esistenza del Mulino fin da tempi remoti abbiamo conferma in un documento del 1816 che allude  ad una controversia fra la Comunità di Jenne ed il Monastero di S. Scolastica e sull’esigenza dell’annua prestazione di grano per la mola.

I proventi del mulino di grano situato sul territorio di Jenne, sotto il pontificato di Bonifacio IX (1389-1401) si divisero un due parti o porzioni una delle quali venne assegnata all’abate del Monastero di S. Scolastica. La Comunità di Jenne era obbligata a dare all’abate Commendatario 13 rubia di grano. Se da un lato era oggetto di contese e proventi, dal punto di vista tecnico, il Mulino di Jenne richiedeva continue prestazioni di mano d’opera che la sua manutenzione richiedeva. Tra il 1760 ed il 1771 necessita del rifacimento delle due pietre macinanti, una serie di alluvioni e straripamenti del fiume Aniene causano la rottura della parata, il vecchio vacillante Mulino resisterà ancora per qualche anno a molire frumento per il popolo di Jenne.
“Si narra di una fanciulla a quel tempo dopo aver raccolto un mazzo di viole, lo lasciò inavvertitamente  cadere tra le mancine. Figurarsi la reazione del molenaro e della madre della ragazza quando vide la bianca farina colorarsi di aloni sfumati in azzurro. Era un presagio di addio? Qualche anno dopo, il vecchio mulino cessò di molire. Sul paese ruotava ormai con fragore il nuovo mulino elettrico. Anche suoi Monti di Jenne sorgeva una nuova era.”

Un tempo era facilmente raggiungibile soltanto da Jenne, era oggetto di contesa tra Abbazia e Comunità di Jenne. Opere di ammodernamento delle strutture esterne realizzate di recente dal Comune, lo hanno recuperato facendone un’attrattiva per chi ama muoversi a piedi, oggi è un centro didattico del Parco dedicato all’ambientalista Antonio Cederna.

Ma la bellezza del luogo non finisce qui, lungo tutta la strada ci sono diversi accessi al fiume,

comprensibilmente molto affollati di gente nella stagione calda e una falesia di arrampicata, oltre la Mola si incontra la Sorgente del Cardellino,

un enorme blocco di pietra calcarea ricoperto da muschi da cui scendono una serie di rivoli d’acqua, fino a giungere alla Cascata di Comunacque.

Torniamo alla nostra gita.

Occupati tutti i tavoli, preparati i barbecue, messo a mollo nel fiume bibite e cocomeri, non rimane che prepararci per la grotta. Non entriamo tutti, qualcuno rimane a godersi la natura in tranquillità, prima dell’orda dei barbari in uscita dalla caverna, ma siamo comunque in tanti, con noi anche Django, un bel cagnolone che ci segue ed un canotto per i meno acquatici.

All’ingresso si percepisce la differenza di temperatura, la canicola estiva è stemperata dall’aria gelida che esce,

una volta entrati affrontiamo la prima semplice discesa e poi la salita,

incontriamo le prime concrezioni, con attenzione superiamo delle vaschette calcaree e cominciamo a camminare nel meandro,

riccamente concrezionato, senza mai bagnarci, al massimo i piedi, superiamo un tratto allagato, sfruttando delle corde opportunamente installate dal gruppo speleologico locale, che più frequenta la grotta, fino a dove è necessario il canotto,

a questo punto chi è soddisfatto così, torna indietro, gli altri si imbarcano in direzione del fondo, traghettati dai nuotatori,

fino a giungere al primo sifone, che per noi che non siamo subacquei, rappresenta la fine della grotta. Oltre il punto dove siamo giunti, a partire dal 1983 le esplorazioni subacquee hanno notevolmente ampliato le conoscenze del sistema sotterraneo raggiungendo il decimo sifone, per ora non esplorato.

La grotta conosciuta da sempre, fu esplorata per la prima volta, nel termine moderno del significato, nel 1929 fino al primo sifone dal Circolo Speleologico Romano. Nel 1948 alcuni giovani di Subiaco, trovando aperto il sifone, raggiunsero il secondo con un rudimentale galleggiante formato con pneumatici di automobile, nel ramo fossile, comunque, vennero rinvenute scritte sulle pareti datate 1935. Il breve tratto iniziale descritto nella gita, durante la stagione invernale è completamente sommerso, anzi dalla grotta esce una cascata d’acqua impressionante, inavvicinabile, invece nella stagione calda è accessibile e la sua frequentazione è stata stimata ad alcune migliaia dall’anno della sua scoperta.

Tornando indietro è obbligatorio cercare la cache (GC78TQK), lo scopo di metà dei partecipanti, Pietro il più atletico dei nostri ospiti, individuato il luogo dalle indicazioni fornite, si arrampica e trova facilmente il tesoro,

con grande soddisfazione di tutti, ora possiamo tornare a rivedere il sole, fuori sarà sicuramente caldo, ma dentro noi ora cominciamo a sentire un po’ di freddo, fuori inoltre ci aspetta la merenda e siamo affamati.

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Cieco…..ma non troppo

Un’altra caccia, avvolti dalle tenebre, in compagnia di dolichopode, ragni, scorpioni e pipistrelli, assolutamente innoqui, anzi siamo noi il pericolo per loro.

Questa gita nata dalla voglia di far conoscere il mio sport ai nuovi amici geocacher, è avvenuta quattro anni fa ormai, ma visto che mi sono avventurato in questa nuova pagina del blog, ve la voglio raccontare.

Con me e mia moglie Rosa (Dolina59) oggi ci sono: after8 (Laura), Gianluca (Geppo&Poncho), Fabrizio e Francesca e Vanessa (Dr.Pallo&Lillemaider), Carlo (Carlomagno96) e Cristina, per molti è la prima volta che entrano in una grotta.

La grotta in questione è l’ARNALE CIECO (GC7BWRP ), una grotta nota “da sempre”, frequentata dalla popolazione locale fin da tempi antichi, largamente modificata dall’uomo, soprattutto nel livello inferiore, sembra anche sia stata utilizzata come rifugio durante l’ultima guerra.

Giunti nella periferia di Cori col mitico pulmino di Laura e parcheggiato in un ampio piazzale,

apriamo il cancello che delimita l’area di libera fruizione e prendiamo il sentiero a destra della parete, ora si sale paralleli al canalone e rimaniamo sempre un poco sotto il confine tra il bosco ed il pratone soprastante

fino ad incontrare la paretina alta circa 5m, alla base della quale si apre la grotta, seminascosto dai rovi (15 minuti di cammino).

E qui partono i primi commenti, le prime considerazioni: nooo e che io devo entrà in quel buco! Ma quanto è alto? Quanto è stretto? Ma ci passo? Quanto ci vuole a trovare ‘sta cache? Dopo qualche risata siamo tutti più o meno convinti e pronti ad entrare.

L’ingresso, alto 1m e largo 3m, è diviso in due parti da un pilastro di roccia, e dà accesso ad una sala di interstrato bassa (meno di 1,5m) e lunga (22m), con una larghezza massima di 5m; il pavimento è in leggera discesa e ricoperto da grandi blocchi calcarei, mentre il soffitto è rappresentato da un letto di strato solcato da un meandro di volta.

Lungo la parete destra della sala, a pochi metri dall’ingresso, un passaggio permette di accedere ad una sala parallela, uno ad uno, carpon carponi ci ritroviamo al cospetto di alcune piccole stalattiti e stalagmiti, e con il pavimento e le pareti ricoperti a tratti da una crosta calcitica, qui possiamo vedere i veri abitanti della grotta, sulla pareti saltellano, ma solo se disturbate le piccole dolicopodhe e sul soffitto qualche timido pipistrello sonnecchia.

Al centro della sala si apre un saltino di 2m a imbuto e facilmente scendibile, alla cui base un’apertura di poche decine di centimetri obbliga a strisciare sul pavimento, si entra di piedi e si scivola dall’altra parte senza problemi.

Ammazza son tutti bravi ‘sti geocacher!…. e ci ritroviamo in un’altra galleria impostata in un livello inferiore, alta meno di 2m, con andamento meandreggiante, terminante dopo 35m in un’altra sala.

Ai lati della galleria sono stati ammassati artificialmente i detriti per creare un camminamento, poco prima della fine, in basso a sinistra un altro basso pertugio immette in un’altra galleria da cui pendono radici dall’alto,è uno spettacolo vedere come si presenta il bosco da sotto, qui non è raro per niente trovare i pipistrelli appesi alle radici come tanti panni appesi ad asciugare, dobbiamo fare attenzione a non disturbarli, il risveglio invernale durante il letargo potrebbe essergli fatale.

Siamo giunti in fondo, il bivio di fronte a noi conduce a due salette, a destra chiude subito, a sinistra invece ho nascosto la cache, l’indizio fornito è inequivocabile, ci mettono poco a trovarla con grande soddisfazione di tutti.

E quindi uscimmo a riveder le stelle…..

In realtà è ancora il primo pomeriggio di una bella giornata, facciamo una veloce merenda e ci dirigiamo a Nemi, c’è una nuova cache da trovare e delle fragole da degustare.

PS: per farvi godere al meglio la grotta, mi perdonerete se ho usato foto di diverse gite, messe a disposizione dei partecipanti.

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Cody Geotalks – L’intervista

L’amico Cody, geocacher di lungo corso, da circa un anno gestisce un canale YouTube, dove racconta le sue avventure, ma dove è anche possibile trovare interessanti tutorial sul geocaching e interviste ai giocatori di tutta Italia, cosicché ci si possa conoscere e magari anche avere un punto di riferimento, quando ci si sposta di regione per “cacciare”.

A proposito di interviste, voglio proporvi la mia, fatta poco più di un mese fa, dove sembra incredibile, ci siamo visti per la prima volta, nonostante avessimo avuto già contatti, cercando le rispettive cache:

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Gola di Valle Contieri

Prima forra dell’anno, si riprende piano piano l’attività dopo un anno difficile per tutti, per me anche qualcosina in più, giacchè un problema di salute mi aveva costretto ad uno stop anticipato.

Quindi riprendo in mano la guida ai Canyon del Lazio di Michele Angileri e mi scelgo qualcosa di accessibile e la scelta ricade sulla Gola di Valle Contieri.

Contatati quegli amici che avevano voglia di bagnarsi anche nella stagione fredda e così partiamo in sei diretti nel Comune di Santopadre (Fr) fino a raggiungere le rive del fiume Melfa, che dovremmo in qualchemodo percorrere in uscita.

Qui si presenta però il primo ostacolo, arrivando da Roccasecca, la strada è chiusa al transito, lo sapevo ma contavo di passare ugualmente, perchè qualche hanno fa lo si era fatto senza problemi, invece questa volta abbiamo trovato la strada ben ostruita, il passaggio era possibile solo a piedi o in bici, ma pure quello dubbito sia consentito visto che, leggo su internet, la strada è in quelle condizioni da 37 anni ormai e che a novembre scorso venne giù un masso grosso come un’automobile.

Cosa fare a questo punto? Cambiare forra? Invece ragionandoci sopra, il luogo del parcheggio a valle ( 41.60005N 13.6640667E) è nei pressi di un incrocio, è possibile che la strada proveniente dal borgo nei pressi sia percorribile per terminare a quell’incrocio, quella era la nostra speranza e così è stato per nostra fortuna. Poco male abbiamo tardato un’ora dalla tabella di marcia ma ci siamo.

Prima di prepararci però andiamo a controllare la via d’uscita, mi ricordo che un’altra forra poco più avanti finisce sempre sul Melfa, ma noi evitando gli ultimi due salti, uscimmo dal ponte che scavalca il fosso, il Melfa visto dall’alto sembra parecchio irruento, potrebbe non essere una buona idea risalirlo a piedi anche se per poche decine di metri, forse conviene fare la stessa cosa ed uscire dal ponte (41.600183, 13.664067). Dopo un rapido sopralluogo fissiamo una corda ad una radice dal lato del ponte meno ripido, non arriva al fosso, ma siamo abbastanza sicuri vada bene, in alternativa c’è luscita descritta dal Melfa.

Bene, tornati indietro, cambiati e lasciata l’auto per la navetta, saliamo a Valle Contieri e parcheggiamo ai bordi di un campo (41.5984639N 13.6516889E), a qualche decina di metri dal fosso (41.5980111N 13.6522806E).

La guida ci racconta di circa quindici salti, ma conoscendo un po’ la zona, due delle forre nei pressi e l’autore, sono già consapevole che le calte vere saranno la metà, le foto viste però sono belle per cui con lo spirito alto entriamo nel fosso,parzialmente invaso dai rovi, ma non troppo fastidiosi.

La forra la si potrebbe dividere in tre parti, la prima che consiste in una lunga camminata, con frequenti disarrampicate e vasche da attraversare, tuffi possibili ma da verificare, l’acqua non è mai tanto profonda,

la seconda parte più verticale, qnuidi si usano le corde, ma sempre acquatica,

la terza parte, di nuovo una lunga camminata con frequenti disarrampicate e vasche, questa parte è quella più sporca, non l’acqua però.

Giungiamo così al ponte, la sponda sinistra vista da sotto è meno ripida di quanto ricordavamo, qualcuno comincia ad accusare il freddo, vediamo la corda e riusciamo facilmente a raggiungerla, decidiamo di uscire da li, la salita è roba da ragazzi.

Tirando le somme, ci abbiamo impiegato circa quattro ore, sceso su corda solo cinque salti, il più alto una dozzina di metri, armi speditivi su alberi e qualche attacco su fix all’apparenza nuovo.

Tornati al parcheggio a monte, per recuperare le auto, abbiamo trovato ad aspettarci delle persone, abitanti in loco, pensando a chissà quale maleffatta fossero andati a fare i proprietari.

Tutto chiarito molto cordialmente senza nessun problema, comunque è bene saperlo.

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