Inferniglio

Agosto 2018, fa tanto caldo, quale miglior occasione potrebbe superare quella di cercare una cache in grotta? La grotta, la cache e poi farsi il bagno nell’aniene!

Aggiudicato! Complice anche la presenza di Stefania, Pietro, Letizia e Davide (gli Ortensia) in vacanza a Roma e ospiti di Laura (after8), raduno un po’ di amici e parenti e facciamo un bel gruppone, ancora si poteva fare (sig) e partiamo in direzione Subiaco. Per gli Ortensia oltre a fare una esperienza in una grotta non turistica, anche quella di trovare una mia cache, in un luogo fuori dal comune.

Arrvati a Subiaco, ridente cittadina famosa tra l’altro per il Santuario benedettino del Sacro Speco, sito meraviglioso ma che non è la meta della nostra gita,

passiamo davanti i ruderi della Villa di Nerone, ancora costeggiando l’Aniene, nei pressi del Laghetto di San Benedetto fino a giungere alla Mola Vecchia, di fronte l’ingresso della grotta, dove c’è un’area attrezzata per pic-nic, parcheggiamo e prendiamo possesso del posto.

Un pochino di storia: la Mola Vecchia fu costruita dai Padri Benedettini nel XI secolo ed è situata in un punto dove l’Aniene forma un invaso naturale e per secoli utilizzato per la macinazione dei cereali dai paesi limitrofi a Jenne. Dell’esistenza del Mulino fin da tempi remoti abbiamo conferma in un documento del 1816 che allude  ad una controversia fra la Comunità di Jenne ed il Monastero di S. Scolastica e sull’esigenza dell’annua prestazione di grano per la mola.

I proventi del mulino di grano situato sul territorio di Jenne, sotto il pontificato di Bonifacio IX (1389-1401) si divisero un due parti o porzioni una delle quali venne assegnata all’abate del Monastero di S. Scolastica. La Comunità di Jenne era obbligata a dare all’abate Commendatario 13 rubia di grano. Se da un lato era oggetto di contese e proventi, dal punto di vista tecnico, il Mulino di Jenne richiedeva continue prestazioni di mano d’opera che la sua manutenzione richiedeva. Tra il 1760 ed il 1771 necessita del rifacimento delle due pietre macinanti, una serie di alluvioni e straripamenti del fiume Aniene causano la rottura della parata, il vecchio vacillante Mulino resisterà ancora per qualche anno a molire frumento per il popolo di Jenne.
“Si narra di una fanciulla a quel tempo dopo aver raccolto un mazzo di viole, lo lasciò inavvertitamente  cadere tra le mancine. Figurarsi la reazione del molenaro e della madre della ragazza quando vide la bianca farina colorarsi di aloni sfumati in azzurro. Era un presagio di addio? Qualche anno dopo, il vecchio mulino cessò di molire. Sul paese ruotava ormai con fragore il nuovo mulino elettrico. Anche suoi Monti di Jenne sorgeva una nuova era.”

Un tempo era facilmente raggiungibile soltanto da Jenne, era oggetto di contesa tra Abbazia e Comunità di Jenne. Opere di ammodernamento delle strutture esterne realizzate di recente dal Comune, lo hanno recuperato facendone un’attrattiva per chi ama muoversi a piedi, oggi è un centro didattico del Parco dedicato all’ambientalista Antonio Cederna.

Ma la bellezza del luogo non finisce qui, lungo tutta la strada ci sono diversi accessi al fiume,

comprensibilmente molto affollati di gente nella stagione calda e una falesia di arrampicata, oltre la Mola si incontra la Sorgente del Cardellino,

un enorme blocco di pietra calcarea ricoperto da muschi da cui scendono una serie di rivoli d’acqua, fino a giungere alla Cascata di Comunacque.

Torniamo alla nostra gita.

Occupati tutti i tavoli, preparati i barbecue, messo a mollo nel fiume bibite e cocomeri, non rimane che prepararci per la grotta. Non entriamo tutti, qualcuno rimane a godersi la natura in tranquillità, prima dell’orda dei barbari in uscita dalla caverna, ma siamo comunque in tanti, con noi anche Django, un bel cagnolone che ci segue ed un canotto per i meno acquatici.

All’ingresso si percepisce la differenza di temperatura, la canicola estiva è stemperata dall’aria gelida che esce,

una volta entrati affrontiamo la prima semplice discesa e poi la salita,

incontriamo le prime concrezioni, con attenzione superiamo delle vaschette calcaree e cominciamo a camminare nel meandro,

riccamente concrezionato, senza mai bagnarci, al massimo i piedi, superiamo un tratto allagato, sfruttando delle corde opportunamente installate dal gruppo speleologico locale, che più frequenta la grotta, fino a dove è necessario il canotto,

a questo punto chi è soddisfatto così, torna indietro, gli altri si imbarcano in direzione del fondo, traghettati dai nuotatori,

fino a giungere al primo sifone, che per noi che non siamo subacquei, rappresenta la fine della grotta. Oltre il punto dove siamo giunti, a partire dal 1983 le esplorazioni subacquee hanno notevolmente ampliato le conoscenze del sistema sotterraneo raggiungendo il decimo sifone, per ora non esplorato.

La grotta conosciuta da sempre, fu esplorata per la prima volta, nel termine moderno del significato, nel 1929 fino al primo sifone dal Circolo Speleologico Romano. Nel 1948 alcuni giovani di Subiaco, trovando aperto il sifone, raggiunsero il secondo con un rudimentale galleggiante formato con pneumatici di automobile, nel ramo fossile, comunque, vennero rinvenute scritte sulle pareti datate 1935. Il breve tratto iniziale descritto nella gita, durante la stagione invernale è completamente sommerso, anzi dalla grotta esce una cascata d’acqua impressionante, inavvicinabile, invece nella stagione calda è accessibile e la sua frequentazione è stata stimata ad alcune migliaia dall’anno della sua scoperta.

Tornando indietro è obbligatorio cercare la cache (GC78TQK), lo scopo di metà dei partecipanti, Pietro il più atletico dei nostri ospiti, individuato il luogo dalle indicazioni fornite, si arrampica e trova facilmente il tesoro,

con grande soddisfazione di tutti, ora possiamo tornare a rivedere il sole, fuori sarà sicuramente caldo, ma dentro noi ora cominciamo a sentire un po’ di freddo, fuori inoltre ci aspetta la merenda e siamo affamati.

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Cieco…..ma non troppo

Un’altra caccia, avvolti dalle tenebre, in compagnia di dolichopode, ragni, scorpioni e pipistrelli, assolutamente innoqui, anzi siamo noi il pericolo per loro.

Questa gita nata dalla voglia di far conoscere il mio sport ai nuovi amici geocacher, è avvenuta quattro anni fa ormai, ma visto che mi sono avventurato in questa nuova pagina del blog, ve la voglio raccontare.

Con me e mia moglie Rosa (Dolina59) oggi ci sono: after8 (Laura), Gianluca (Geppo&Poncho), Fabrizio e Francesca e Vanessa (Dr.Pallo&Lillemaider), Carlo (Carlomagno96) e Cristina, per molti è la prima volta che entrano in una grotta.

La grotta in questione è l’ARNALE CIECO (GC7BWRP ), una grotta nota “da sempre”, frequentata dalla popolazione locale fin da tempi antichi, largamente modificata dall’uomo, soprattutto nel livello inferiore, sembra anche sia stata utilizzata come rifugio durante l’ultima guerra.

Giunti nella periferia di Cori col mitico pulmino di Laura e parcheggiato in un ampio piazzale,

apriamo il cancello che delimita l’area di libera fruizione e prendiamo il sentiero a destra della parete, ora si sale paralleli al canalone e rimaniamo sempre un poco sotto il confine tra il bosco ed il pratone soprastante

fino ad incontrare la paretina alta circa 5m, alla base della quale si apre la grotta, seminascosto dai rovi (15 minuti di cammino).

E qui partono i primi commenti, le prime considerazioni: nooo e che io devo entrà in quel buco! Ma quanto è alto? Quanto è stretto? Ma ci passo? Quanto ci vuole a trovare ‘sta cache? Dopo qualche risata siamo tutti più o meno convinti e pronti ad entrare.

L’ingresso, alto 1m e largo 3m, è diviso in due parti da un pilastro di roccia, e dà accesso ad una sala di interstrato bassa (meno di 1,5m) e lunga (22m), con una larghezza massima di 5m; il pavimento è in leggera discesa e ricoperto da grandi blocchi calcarei, mentre il soffitto è rappresentato da un letto di strato solcato da un meandro di volta.

Lungo la parete destra della sala, a pochi metri dall’ingresso, un passaggio permette di accedere ad una sala parallela, uno ad uno, carpon carponi ci ritroviamo al cospetto di alcune piccole stalattiti e stalagmiti, e con il pavimento e le pareti ricoperti a tratti da una crosta calcitica, qui possiamo vedere i veri abitanti della grotta, sulla pareti saltellano, ma solo se disturbate le piccole dolicopodhe e sul soffitto qualche timido pipistrello sonnecchia.

Al centro della sala si apre un saltino di 2m a imbuto e facilmente scendibile, alla cui base un’apertura di poche decine di centimetri obbliga a strisciare sul pavimento, si entra di piedi e si scivola dall’altra parte senza problemi.

Ammazza son tutti bravi ‘sti geocacher!…. e ci ritroviamo in un’altra galleria impostata in un livello inferiore, alta meno di 2m, con andamento meandreggiante, terminante dopo 35m in un’altra sala.

Ai lati della galleria sono stati ammassati artificialmente i detriti per creare un camminamento, poco prima della fine, in basso a sinistra un altro basso pertugio immette in un’altra galleria da cui pendono radici dall’alto,è uno spettacolo vedere come si presenta il bosco da sotto, qui non è raro per niente trovare i pipistrelli appesi alle radici come tanti panni appesi ad asciugare, dobbiamo fare attenzione a non disturbarli, il risveglio invernale durante il letargo potrebbe essergli fatale.

Siamo giunti in fondo, il bivio di fronte a noi conduce a due salette, a destra chiude subito, a sinistra invece ho nascosto la cache, l’indizio fornito è inequivocabile, ci mettono poco a trovarla con grande soddisfazione di tutti.

E quindi uscimmo a riveder le stelle…..

In realtà è ancora il primo pomeriggio di una bella giornata, facciamo una veloce merenda e ci dirigiamo a Nemi, c’è una nuova cache da trovare e delle fragole da degustare.

PS: per farvi godere al meglio la grotta, mi perdonerete se ho usato foto di diverse gite, messe a disposizione dei partecipanti.

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Cody Geotalks – L’intervista

L’amico Cody, geocacher di lungo corso, da circa un anno gestisce un canale YouTube, dove racconta le sue avventure, ma dove è anche possibile trovare interessanti tutorial sul geocaching e interviste ai giocatori di tutta Italia, cosicché ci si possa conoscere e magari anche avere un punto di riferimento, quando ci si sposta di regione per “cacciare”.

A proposito di interviste, voglio proporvi la mia, fatta poco più di un mese fa, dove sembra incredibile, ci siamo visti per la prima volta, nonostante avessimo avuto già contatti, cercando le rispettive cache:

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Gola di Valle Contieri

Prima forra dell’anno, si riprende piano piano l’attività dopo un anno difficile per tutti, per me anche qualcosina in più, giacchè un problema di salute mi aveva costretto ad uno stop anticipato.

Quindi riprendo in mano la guida ai Canyon del Lazio di Michele Angileri e mi scelgo qualcosa di accessibile e la scelta ricade sulla Gola di Valle Contieri.

Contatati quegli amici che avevano voglia di bagnarsi anche nella stagione fredda e così partiamo in sei diretti nel Comune di Santopadre (Fr) fino a raggiungere le rive del fiume Melfa, che dovremmo in qualchemodo percorrere in uscita.

Qui si presenta però il primo ostacolo, arrivando da Roccasecca, la strada è chiusa al transito, lo sapevo ma contavo di passare ugualmente, perchè qualche hanno fa lo si era fatto senza problemi, invece questa volta abbiamo trovato la strada ben ostruita, il passaggio era possibile solo a piedi o in bici, ma pure quello dubbito sia consentito visto che, leggo su internet, la strada è in quelle condizioni da 37 anni ormai e che a novembre scorso venne giù un masso grosso come un’automobile.

Cosa fare a questo punto? Cambiare forra? Invece ragionandoci sopra, il luogo del parcheggio a valle ( 41.60005N 13.6640667E) è nei pressi di un incrocio, è possibile che la strada proveniente dal borgo nei pressi sia percorribile per terminare a quell’incrocio, quella era la nostra speranza e così è stato per nostra fortuna. Poco male abbiamo tardato un’ora dalla tabella di marcia ma ci siamo.

Prima di prepararci però andiamo a controllare la via d’uscita, mi ricordo che un’altra forra poco più avanti finisce sempre sul Melfa, ma noi evitando gli ultimi due salti, uscimmo dal ponte che scavalca il fosso, il Melfa visto dall’alto sembra parecchio irruento, potrebbe non essere una buona idea risalirlo a piedi anche se per poche decine di metri, forse conviene fare la stessa cosa ed uscire dal ponte (41.600183, 13.664067). Dopo un rapido sopralluogo fissiamo una corda ad una radice dal lato del ponte meno ripido, non arriva al fosso, ma siamo abbastanza sicuri vada bene, in alternativa c’è luscita descritta dal Melfa.

Bene, tornati indietro, cambiati e lasciata l’auto per la navetta, saliamo a Valle Contieri e parcheggiamo ai bordi di un campo (41.5984639N 13.6516889E), a qualche decina di metri dal fosso (41.5980111N 13.6522806E).

La guida ci racconta di circa quindici salti, ma conoscendo un po’ la zona, due delle forre nei pressi e l’autore, sono già consapevole che le calte vere saranno la metà, le foto viste però sono belle per cui con lo spirito alto entriamo nel fosso,parzialmente invaso dai rovi, ma non troppo fastidiosi.

La forra la si potrebbe dividere in tre parti, la prima che consiste in una lunga camminata, con frequenti disarrampicate e vasche da attraversare, tuffi possibili ma da verificare, l’acqua non è mai tanto profonda,

la seconda parte più verticale, qnuidi si usano le corde, ma sempre acquatica,

la terza parte, di nuovo una lunga camminata con frequenti disarrampicate e vasche, questa parte è quella più sporca, non l’acqua però.

Giungiamo così al ponte, la sponda sinistra vista da sotto è meno ripida di quanto ricordavamo, qualcuno comincia ad accusare il freddo, vediamo la corda e riusciamo facilmente a raggiungerla, decidiamo di uscire da li, la salita è roba da ragazzi.

Tirando le somme, ci abbiamo impiegato circa quattro ore, sceso su corda solo cinque salti, il più alto una dozzina di metri, armi speditivi su alberi e qualche attacco su fix all’apparenza nuovo.

Tornati al parcheggio a monte, per recuperare le auto, abbiamo trovato ad aspettarci delle persone, abitanti in loco, pensando a chissà quale maleffatta fossero andati a fare i proprietari.

Tutto chiarito molto cordialmente senza nessun problema, comunque è bene saperlo.

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La grotta di Vitinia

Nei pressi di Vitinia si trova una piccola cavità di origine artificiale, probabilmente i resti di una vecchia cava romana come tante ce ne sono a Roma e nei dintorni, ne sono venuto a conoscenza tramite il gioco del Geocaching, cercando questa cache (GC92QE1) nascosta dall’amico Tshio, quindi incuriosito sono andato a visitarla insieme all’amica Laura.

Giunti a queste coordinate 41.787250, 12.412783 si parcheggia l’auto e si prende l’evidente sentiero che dopo qualche decina di metri costeggia sulla sinistra una paretina rocciosa, quella in cui si apre la grotta, nascosta dalla vegetazione, per entrare dirigetevi alle coordinate N 41° 47.250 E 012° 24.827 aprendovi un varco tra i cespugli, individuate una debole traccia che vi condurrà all’ingresso.

Si tratta di una ampia cavità, costituita da un unico ambiente, con un’apertura sul soffitto, quest’ultima è raggiungibile in due maniere, risalendo la paretina rocciosa tra la vegetazione, oppure più comodamente tornando al prato sottostante per poi proseguire lungo il sentiero, fino ad incontrare sulla sinistra un altro sentiero a sinistra che sale sulla collina, una volta sopra fate di nuovo riferimento alle coordinate per trovare il buco.

Attenzione, si trova sul bordo del precipizio e non è facile da trovare, nascosto dalle piante.

Nei pressi troverete un cordino azzurro, per favore non toccate, fa parte del gioco del Geocaching ed è necessario che rimanga li.

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Canyon del Maschio D’Ariano

Piccola gita domenicale nei pressi dei pratoni del Vivaro, alla ricerca del ” Gran Canyon” di Lariano, come in tanti enfatizzando chiamano una piccola via cava, o più semplicemente una breve forra erosa dalle acque meteoriche.

Parcheggiamo alle coordinate 41.741100, 12.773550, all’inizio di una strada sterrata che porta ad un maneggio, ma il nostro sentiero è sull’altro lato della strada asfaltata, oltrepassata una sbarra chiusa.

La salita mai troppo ripida, inizia su un sentiero eroso dall’acqua, costringendosi a saltellare a destra e sinistra, secondo dov’è più comodo passare, ma dura poco, poi si fa tutto più semplice, seguiamo le indicazioni per i Maschio d’Ariano, ovvero il Mons Algidus cosi chiamato dai Romani in età repubblicana, sulla quale cima la gens Aria fece costruire un fortilizio, di cui oggi rimane solo qualche rudere, per il controllo del territorio.

Giunti in cima dopo un’oretta di passeggiata, vediamo che il posto è molto frequentato, scout ovunque e gente comune che beve, mangia e canta.

Tornando indietro dopo la breve discesa iniziale, prendiamo il bivio a sinistra per la Fonte della Donzella, la segnaletica è sempre buona, non ci si può sbagliare, incontriamo qualche piccola tomba rupestre, che non manchiamo di visitare.

Questo sentiero collega la cima a via del Monte Artemisio (sterrata), a metà strada circa un varco sulla sinistra conduce al breve canyon attraversatolo il quale, sfruttando qualche radice si ridiscende sulla medesima via.

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Ponte Coperto e Ponte Sodo

Piccola e facile escursione per visitare delle opere idrauliche artificiali, realizzate anticamente per deviare il corso del torrente, facendolo passare dentro dei cunicoli sotterranei.

Nel caso di Ponte Coperto, il più grande, è evidente come il torrente trovando strati poco resistenti, abbia successivamente scavato e ampliato di molto le dimensioni della cavità.

dimensione originaria, ormai abbandonata dall’acqua
com’è ora dopo secoli di erosione dell’acqua

Se non si ha problemi a percorre il fosso, il cui fondo può risultare bagnato e purtroppo usato come discarica,

Purtroppo la vicinanza alla strada, compromette la pulizia del luogo
Varie attività ludiche si possono praticare dentro il fosso
per evitare un tratto di acqua alta, abbiamo messo una corda di sicurezza

consiglio di partire dal Ponte Sodo, in realtà sono due cavità asciutte consecutive, per poi tornare indietro fino al Ponte Coperto, molto più grande e in cui scorre un debole fiume, almeno in questa stagione, un piccolo ma facile saltino ostacola la discesa a circa metà percorso.

Utile una corda per superare i tratti scivolosi, ma non necessaria.

Ci troviamo in provincia di Roma, più precisamente a Ceri, in localitàPonte Coperto, si parcheggia alle coordinate 42.024450, 12.164150 vicino un cancello di legno e di fronte, un cancello di metallo.

1 – Ponte Coperto

Per raggiungere il Ponte Coperto, bisogna superare facilmente il cancello di metallo e raggiungere le coordinate 42°01’26.6″N 12°09’54.2″E, questo è l’ingresso e da qui o nei pressi ci si può solo calare (5 o 6 metri), proseguendo verso destra invece, cioè seguendo la sinistra orografica del fosso, dopo cica 400m un varco tra la vegetazione permette la discesa tramite uno scivolo terroso. Non resta che tornare in dietro fino all’ampio portale della cavità.

Ponte Coperto – ingresso
interno
uscita

Per tornare alle auto, dopo circa 200 metri di oscurità riusciamo alle coordinate 42.022750, 12.163583, bisogna risalire il pendio a sinistra nel sottobosco, fino ad un campo, e seguire il fosso tornando indietro, la strada è a circa 150 metri, si va verso sinistra e le auto sono 100m più su.

2 – Ponte Sodo

Per raggiungere il Ponte Sodo bisogna costeggiare il fosso verso monte, camminando sul bordo del campo a sinistra del cancello di ferro, dopo poco pù di 1km la traccia gira verso destra entrando nel fosso, la cavità si trova poco più a monte, alle coordinate 42.032450, 12.169833

il comodo sentiero all’interno del fosso
Ponte Sodo – ingresso
interno
Ponte Sodino, ovvero il breve tunnel oltre Ponte Sodo, che si intravede in fondo

Per tornare la via è la medesima, oppure si segue il fosso in direzione di Ponte Coperto per poi uscire come già  descritto.

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Miniera di Pirite

Si tratta della Miniera del Franco a Giglio Campese, ovvero sull’isola del Giglio dove io e Rosa stiamo in vacanza per qualche giorno.

Veniamo a conoscenza di questo luogo solo grazie al geocaching, all’interno c’è nascosta la cache da trovare (GC1D27F).

Ci documentiamo su internet, su di che genere di miniera si tratta, non sto qui a prolungarmi troppo giacché potete trovare da soli le stesse informazioni, mi limito a raccontarvi la nostra breve avventura:

giunti alla spiaggia di Campese, la percorriamo verso sinistra guardando il mare, per imboccare poi il sentiero che conduce ai faraglioni.

qui inizia il percorso, sullo sfondo si vedono le piattaforme e quello che rimane della teleferica che portava alla nave il carico di pietre estratte dalla miniera.

Dopo una breve salita si intravedono le reti paramassi, imbocchiamo una labile traccia che si inoltra dietro di esse fino a raggiungere dei ruderi, oltrepassati i quali giungiamo ad un primo ingresso murato e poco più avanti il secondo sfondato.

Superato il foro d’ingresso, percorriamo un breve meandro fino ad un bivio, a destra chiude subito, non resta che andare a sinistra, qui si vede la vera miniera, con le travi di legno a sorreggere il soffitto e i massi pericolanti che un po’ ci fanno pensare.

qui sto cercando la cache, ma è il luogo sbagliato, un vicolo chiuso ed anche il più stretto, basta ignorarlo, il resto della cavità è ampia e comoda

Proseguiamo comunque fino in fondo scattando qualche foto, ci sono zone adibite ad uffici o altro, invece tornando indietro proprio sotto la zona pericolante un varco conduce ad una sala ostruita con due grossi pietroni che scavalco facilmente,

Rosa mi attenderà qui, proseguendo trovo un saltino di qualche metro armato con una corda fissa agganciata ad una bella placchetta con un fix, segno che è stata oggetto di interesse da parte di qualche gruppo speleologico, immagino toscano.

il pozzetto armato ma disarrampicabile

La discesa in arrampicata è semplice, alla base mi trovo in una grande sala con diversi cunicoli brevi che esploro, un’apertura in alto fa penetrare una debole luce.

Trovato quello che cercavo torno indietro ed usciamo.

COORDINATE: 42°21’52.8″N 10°52’38.9″E (42.364667, 10.877467)

GRUPPO MONTUOSO: promontorio del Franco

LOCALITA’: Valle Ortana – Giglio Campese

PROVINCIA: Grosseto

NOTA D’ARMO: corda 5m di servizio

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La forra di Natale e il Fosso Del Presale

A pochi giorni ormai dalle feste natalizie, io, Alessandro e Betta, abbiamo partecipato alla “Forra di Natale”, insieme agli amici del Gruppo Torrentistico CAI “Otto Verticale” e tanti altri, circa 50 torrentisti scaglionati in cinque squadre, noi provenienti da Roma siamo stati gli ultimi ad entrare. L’appuntamento era nei pressi del piccolo cimitero di Rocca Leonella  (43.577639, 12.538556), siamo arrivati puntuali, erano le ore 11,00, ma per non rischiare la calca, abbiamo chiacchierato serenamente per una buona ora, Sabrina ci ha anche offerto una ottima torta di mele casalinga, ben presto vediamo tornare la prima squadra, è segno che anche per noi è arrivato il momento di avviarci,

prendiamo così il sentiero d’accesso comodo e mai ripido,senza rischio di errori mezz’ora dopo stiamo al primo salto (43.568611, 12.537611) , sono ormai le ore 13.

La prima calata parte direttamente da un albero sul sentiero, 28 metri e dalla base si possono ammirare le rovine di una piccola opera idraulica,

una briglia malconcia attraverso la quale penetra l’acqua del torrente.

Iniziamo da qui il percorso dentro questa piccola forra, lunga mezzo chilometro con 150m di dislivello, caratterizzata da una dozzina tra scivoli e cascate, la cui prima è la più alta, sempre con un buon scorrimento, giusto un paio di marmitte profonde, ma mai problematica.

Il tempo è stato clemente, giornata uggiosa ma calda, siamo riusciti a non fermarci mai nonostante il numero delle persone, anche questo ci ha protetto dal freddo della forra, avevamo ben quattro corde più quelle lasciate fisse e recuperate lungo il percorso, giacché eravamo gli ultimi,

quindi riuscivamo ad alternare l’armo delle cascate, senza mai rallentare la progressione, infatti stiamo al ponte sulla strada, dove finisce la forra (43.571389, 12.541806), circa 2 ore e mezza dopo l’ingresso in forra, perfettamente in orario considerando anche il numero delle persone.

Abbiamo terminato in allegria tutti insieme a pranzo in un vicino ristorante.

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Valle Ferrara

Prima uscita da ex corsisti di Alessandro e Francesco e con noi c’è anche Donatella che da un po’ non si faceva vedere e Giancarlo, vogliamo percorrere il torrente della Valle Ferrara, un vallone che scende aperto e normalmente asciutto tra i boschi dei Monti Sabini.

Giunti nei pressi di Santa Maria di Casperia, alle coordinate 42.354421N 12.673970E si prende una stradina che sale verso la montagna in direzione della chiesa di Santa Maria in Legarano, si continua per poco più di 2 km, parcheggiamo nei pressi di un ponticello 42.357390, 12.698030.

Incontriamo dei cacciatori, è in corso una battuta di caccia al cinghiale, non ci impediscono di passare ma si raccomandano di fare rumore e noi altrettanto di avvisare con le radio della nostra presenza.

Proseguiamo piedi, in salita lungo la stradina che ben presto diviene una sterrata e che continua a salire lungo una valle. Un centinaio di metri più in alto si gira a destra 42.364368N 12.702840E, il sentiero ora sale a mezza costa, si supera un passaggio scavato nella roccia e poco più avanti affianchiamo la Valle Ferrara. Giunti in vista del greto si continua ancora per un breve tratto, fin dove si può agevolmente entrare. Abbiamo camminato comodamente per circa un ora e qui inizia la discesa.

Il percorso consiste nel scendere una dozzina di piccole cascate, la più alta di 14m, con frequenti disarrampicate e calate con la corda. Essendo un torrente scarsamente frequentato, tutti gli armi sono stati su alberi o evitati aggirando i salti. In prossimità dell’uscita, abbiamo preso una sentiero, in alto a sinistra, che avevamo già notato diverse centinaia di metri prima, ormai il percorso era ridotto ad una discesa sul fondo pressoché piatto del torrente, evitando solamente gli ultimi due salti che avevano anche un po’ di acqua alla base, ed in 10 minuti eravamo alle auto.

Infine abbiamo percorso un fosso lungo circa 1500m, con un dislivello approssimativo di 300m, in tre ore di escursione piacevole e rilassante.

Ora un po’ di foto







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