Rio Cupone

Questa volta io e Rosa siamo andati a discendere questa piccola forra, che si trova nei pressi di Spigno Saturnia, sui Monti Aurunci.

Parcheggiamo l’auto al ponte sul Rio Cupone della stradina asfaltata che percorre la base della montagna (41.319585, 13.713523), dal momento che non abbiamo una seconda auto per la navetta, prendiamo la vecchia mulattiera che sale a Spigno alta (41.318254, 13.714068),

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è una giornata calda e umida, ma le nuvole ci aiutano un poco e in mezzora di sudata siamo al paese, dove ci fermiamo a defaticare nell’unico.

Ripartiti, prendiamo la strada a destra del bar in leggera salita, poi ripiana e nei pressi dell’ultima casa scende, passa vicino in piccolo campo sportivo e dopo anche un area picnic raggiungiamo il fosso, in totale 10 minuti di cammino, qui è possibile parcheggiare una eventuale auto.

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Superiamo facilmente il fil spinato, qualche rovo e siamo nel letto asciutto (41.318167, 13.706167),

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ci apriamo la strada con le cesoie, ma ben presto stiamo sul primo salto da 7m.

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Alla base una pozza costringe a bagnarci, ma la evitiamo calandoci di lato sfruttando uno dei tanti alberi disponibili.

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Così sarà tutto il percorso, entra ed esci, scansando la fitta vegetazione, un continuo sforramento per non bagnarci nelle numerose pozze che ci si parano davanti, a volte usando la corda,

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e così fino al secondo ed ultimo salto,12 metri di calata dove una vasca sospesa ci complica la vita, sarà necessario calarci dal solito albero laterale e realizzare un relais su un secondo albero a metà discesa.

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Stiamo a poco più della metà del percorso, ma da qui è poco più di una passeggiata fino al ponte dove abbiamo parcheggiato l’auto.

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Ricapitolando: quota d’ingresso 290m e uscita 180m, sviluppo 700m, tempo di accesso 15 minuti con navetta, fino al primo salto, 45 minuti senza navetta, discesa 1 ora e 30 minuti, uscita 0 minuti, calate 2 attrezzate su alberi, la massima 15m.

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Grotta di San Michele Arcangelo

A Maranola, nella provincia di Latina, alle pendici di monte Altino, sui monti Aurunci, a 1220 m  si apre una piccola grotta, trasformata nei secoli in un eremo dedicato a San Michele Arcangelo.

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Prima della descrizione però facciamo un po’ di storia:

le grotte sin dagli albori della storia umana sono state usate come riparo abitativo, da chi sfuggiva da terre inospitali, da vessazioni, dalla giustizia o dalle proprie famiglie, ma anche da eremiti che sceglievano una vita ascetica, la cui prerogativa è l’isolamento vivendo a stretto contatto con la natura.

Di tutta questa diversità, le tracce più evidenti si trovano proprio nelle cavità utilizzate a scopo religioso che proprio grazie alla devozione dei fedeli, nei secoli le hanno ampliate e adattate con murature in pietra, dotate di porte, altari e cappelle affrescate.

Con l’avvento del cristianesimo, per scoraggiare i culti pagani, che nel sottosuolo erano per lo più praticati, le caverne vennero trasformate nella sede di forze oscure e malefiche, divennero le abitazioni di streghe, maghi, folletti e del demonio che nell’iconografia è rappresentato anche come drago.

L’immagine di Michele Arcangelo dipende dai passi dell’Apocalisse, ed è rappresentato alato in armatura con la spada o lancia con cui sconfigge il demonio, spesso nelle sembianze di drago, ecco perché esistono molte grotte a lui dedicate.

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Il santuario oggetto della mia gita è incastonato nella roccia, su un costone a strapiombo, lungo il sentiero che da Sella Sola,  in circa un ora e mezzo di non difficile salita, conduce alla cima del Redentore, la spalla meridionale del monte Altino, su cui è stato anche eretta una cappella e posta la statua in bronzo del Cristo Redentore.

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Per visitarlo occorre raggiungere le coordinate 41.305674, 13.619234, che si riferiscono al parcheggio nei pressi del Rifugio Pomito e luogo di picnic, dal quale inizia il percorso, ma volendo fare un giro più ampio, in rete si trovano le tracce gps di percorsi alternativi, inoltre per gli appassionati di Geocaching, c’è da divertirsi.

La leggenda popolare racconta che fu la statua stessa del santo ad indicare il luogo in cui voleva essere venerata, in quanto originariamente era posta in una grotta lungo il litorale di Gianola vicino Formia, pare che la statua, offesa dal linguaggio poco cristiano dei marinai dell’epoca, se ne fosse andata su monte Sant’Angelo, nel territorio di Spigno Saturnia, ma anche dalla nuova posizione, a 1252 m di quota, su una parete rocciosa rivolta al mare, poteva vedere i marinai, per cui avrebbe deciso di spostarsi su Monte Altino, in una cavità della roccia rivolta ad Occidente.

Gli abitanti di Spigno cercarono più volte di riportarla nel loro territorio, ma miracolosamente la statua ritornava sempre nell’attuale postazione, nel territorio di Maranola, così si decise di costruire una piccola cappella in onore di San Michele Arcangelo, era l’anno 830.

La facciata attuale di pietre, che chiude la cavità naturale, fu ricostruita in stile neogotico alla fine del 1893, quando salì sul monte in visita pastorale, l’arcivescovo Francesco Niola, che indicò l’interno dell’antro come sede ideale per la nuova costruzione, in modo tale da evitare i danni riportati dalla precedente chiesa, causati dalle acque di dilavamento, dalla caduta di rocce e porzioni di ghiaccio.

In conclusione una gran bella passeggiata, calda perché completamente allo scoperto, ma mitigata dalle nuvole, il sentiero panoramico, sempre ben evidente e scalinato, molto frequentato, questo però non deve fare abbassare la guardia sulla sicurezza, infatti abbiamo incontrato diverse persone, assetate o con ai piedi l’infradito.

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60° anniversario dello Speleo Club Roma – fase 1

Il 21 e 22 settembre scorso, si è svolto il primo di due eventi programmati per festeggiare la fondazione dello SCR.

Potete conoscere la storia dell’associazione a questo link.

Già nel pomeriggio di venerdì 20 alcuni soci si ritrovano a Campo Soriano, presso quella sorta di faraglione di terra che viene chiamato “la Cattedrale”, il luogo scelto per il campo-evento per allestire la piccola mostra e la festa-cena.

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È stato scelto quel luogo, perché sono anni ormai che stiamo esplorando in zona, con un discreto successo di nuove cavità, grazie anche alla popolazione locale, che spesso ci indica e ci accompagna alle cavità da loro conosciute, e la loro buona accoglienza è anche testimoniata dalle parole del sindaco di Sonnino allorquando chiediamo il permesso di accamparci, nel concedercelo, si complimentava “per il traguardo raggiunto e augurandoci chilometri di nuove grotte, anfratti, laghetti e fiumi sotterranei”.

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Inoltre vengono armate due nuove grotte, che chiamiamo antipasti, perché piccoline, la Chiavica di Jack e il Pozzo delle Pietre Strette, per farle conosce ai nostri ospiti e la ben più nota Zi Checca.

Io e Rosa giungiamo al campo sabato 21 pomeriggio, e troviamo già un discreto numero di persone, intente a montare le tende o tornato dalla gita in grotta.

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Finalmente arriva la cena, un caloroso ringraziamento va fatto al presidente e a tutti quelli che si sono adoperati per organizzare la festa, contattando tra l’altro il vicino ristorante, spuntando un prezzo ragionevole, per il catering, l’ottimo pasto a base di trofie e gnocchi, capra in umido e abbondate vino locale.

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A fine serata, sul libro firma contiamo una cinquantina di persone, con anche la presenza di altre associazioni speleologiche.

Quelli che sono rimasti, l’indomani si svegliano sotto una leggera pioggerella, che purtroppo peggiorerà velocemente, scatenando il fuggi fuggi della maggioranza delle persone, raccogliendo al meglio le tende bagnate o quello che ne rimane.

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I superstiti, sfidando le intemperie, si adopereranno chi a disarmare le grotte, chi a riordinare il luogo che ci ha ospitato.

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La giornata finisce al ritorno di quelli che erano andati in grotta, davanti ad un buon caffè, poi ci dividiamo, qualcuno va a cena e per me e Rosa comincia la vacanza.

BUON COMPLEANNO SPELEO CLUB ROMA.

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Grotta delle Pietre Strette

Si tratta di una piccola cavità recentemente scoperta ed esplorata dallo Speleo Club Roma, io e Rosa siamo andati a disarmarla.

Ci troviamo nei pressi di Terracina (Lt),  la grotta è situata tra Campo Soriano e la borgata di Casaletti, ed è proprio nei pressi di quest’ultima che parcheggiamo (41.322972, 13.248917), in curva nei pressi di una abitazione. Superata la curva vicino ad un capannone inizia il percorso a piedi. Un’ora scarsa di avvicinamento in salita, due terzi del percorso è su strada bianca che nel secondo terzo diventa sentiero, il terzo finale è nella macchia, gli ultimi 50m sono stati segnati col nastro bianco/rosso, ma la traccia gps è indispensabile.

L’ingresso della grotta (41.328333, 13.254333) è difficile reperimento perché nascosto dalla vegetazione, si tratta di una frattura larga circa 3 metri perpendicolare al pendio. Dal bordo, due larghi gradini di roccia, ci si cala in una bella verticale di 20 m totali.

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Alla base guardando la corda si scende a destra, si supera una salto di 5m e si giunge alla frana, in basso si passa comodamente ma con cautela, in alternativa si può bypassare in alto, arrampicando circa 4m nella non molto stretta fessura, in cima il quale si traversa qualche metro e si riscende di 5m circa. Alla base della frana un nuovo salto di 5m. Ora si  risale di 3m circa e con la medesima corda si traversa qualche metro poi si scende l’ultimo pozzo di 5m.

Sono stai necessari una dozzina di attacchi, ma essendo stata armata buona parte con i Multimonti, la prossima discesa sarà da riattrezzare

In conclusione una piccola grotta, adatta come approccio alla speleologia, unica nota negativa è l’assenza di ombra all’ingresso e le fastidiosissime mosche, tante, troppe, insopportabili.

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Grotta di Picozzo

Anche oggi ci troviamo nel comune di Sonnino, abbiamo visitato questa grotta per fare foto, necessarie per la pubblicazione che Gianni sta preparando.

Si tratta di una piccola cavità composta da due soli salti di modeste dimensioni, ma con ampi spazi, riccamente concrezionati, benché sporchi di terra.

Ecco qualche foto


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Il Pellaro e la Chiavica di Zemerosa

In una manifestazione locale, in località Cerreto presso Sonnino (Lt), questa domenica Gianni e Maria hanno un intervento didattico, il cui tema è il fenomeno carsico della zona, questo segue un altro svoltosi la sera prima a Lenola.

Io e Rosa li abbiamo raggiunti e siamo andati a visitare le due grotte, con lo scopo di fotografarle e se possibile farle vedere la sera stessa.

1) abbiamo cominciato con Il Pellaro, che si trova a pochi metri dal luogo dell’evento, si tratta di una dolina, facilmente scendibile, nei cui 3 metri finali e verticali è stata appoggiata una scaletta di metallo dai frequentatori locali.


La base è piuttosto sporca e proseguendo qualche metro sulla destra (guardando il pozzo) si trova il salto successivo di una decina di metri circa, che io e Rosa abbiamo sceso, sotto gli occhi curiosi e preoccupati di una pantegana, armando il tutto con una corda da 40m, partendo da un albero in cima alla dolina e sfruttando dei vecchi ma buoni fix già in loco.





La base di questo secondo salto, tutto sommato è pulita, una bella saletta, con qualche concrezione, segue un saltino facilmente scendibile,


ed un breve passaggio basso


sbucando in una nuova sala, abbiamo risalito la frana che ci si pone davanti fino a pochi metri prima del salto successivo, dove ci siamo fermati.


Tornando abbiamo fatto foto, risalendo abbiamo trovato Gianni, che ci aspettava alla base della dolina, preoccupato per l’aumento dei roditori che aveva notato.

Dopo una pausa merenda all’ombra, sotto la struttura dell’evento, sorseggiando una birra gelata, gentilmente offerta dall’organizzazione, siamo andati nella grotta successiva.

2) La Chiavica di Zemerosa invece, si trova ad un paio di chilometri dalla precedente, per cui ci siamo spostati in auto, si tratta di un inghiottitoio in cui si versano tre piccoli torrenti, asciutti di questa stagione, per raggiungerla dal parcheggio, abbiamo attraversato un oliveto ed un campo invasi di rovi fino ad uno dei canali nei pressi.



Siamo scesi io e Rosa, due pozzi quasi consecutivi di una decina di metri, partendo da un albero esterno il primo e sfruttando dei vecchi ma funzionali attacchi, ma non la corda trovata in loco, benché apparentemente in buone condizioni, bensì usando per entrambi una corda da 40m, più che sufficiente, comunque sempre in compagnia dei suddetti roditori.

   

Alla base di questo salto parte un tortuoso meandrino, non eccessivamente angusto, con le pareti ricoperte di scallops, che abbiamo percorso solo per una decina di metri e tornando abbiamo fatto foto.



La grotta è pulita a parte le solite ramaglie e due pezzetti di polistirolo solo alla base del primo pozzo.

La serata è terminata, cenando alla manifestazione, seguendo l’intervento fotografico per cui eravamo venuti e per cui ci hanno anche raggiunti altri amici.

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Rio e’ Forru – Cascate di Pirincanes

Il raduno di Speleologia è ormai finito, domani si riparte per Roma, oggi 29 aprile 2019 ci rimane giusto il tempo per una ultima forra, e dal momento che siamo solo in tre e la distanza tra i due parcheggi è breve, poco più di 2km, decidiamo di non fare navetta, ma di lasciare la macchina a metà strada, cosi da dimezzare i tempi di avvicinamento e rientro.

Abbiamo così percorso un piccolo gioiellino di forra, fra le rocce granitiche del Gennargentu, 300m di canyon per un dislivello di 120m, in 2 ore circa, in tutto 4 calate di cui la più alta di 23m, gli ancoraggi sono tutti in fix inox doppi

Stiamo nel comune di Villanova Strisàili (Nu) e per raggiungere la meta della nostra gita, dalla SP389 (39.921244, 9.477145) si gira e si attraversa uno stretto ponte, si supera due volte la linea ferroviaria e si segue la strada che si inoltra nella valle del Rio Flumendosa,

costeggiando il Lago Bau Muggeris, seguire il navigatore fino ai punti gps di parcheggio: parcheggio a valle 39.937250, 9.392500 – parcheggio a monte 39.946739, 9.387722

Arriviamo all’inizio della forra verso le 13,00, proprio al guado con l’auto, il rumore dell’acqua promette bene e dopo esserci cambiati, l’asciamo Laura a guardia delle nostre cose ed io e Giancarlo portiamo l’auto un chilometro indietro, entriamo infine un’ora dopo.

   

Il primo salto arriva già dopo 5 min di progressione, sopra a tutti c’è acqua in scorrimento, ma mai difficili,

   

poi due toboga e siamo all’uscita, alla confluenza col Rio Calaresu,

   

non ci resta che risalirlo per una mezz’ora, marciando tra i ciottoli e sabbia, guadandolo ogni tanto per tagliare le anse, fino al ponte di uscita, eventuale parcheggio a valle.

Un altro chilometro abbondante di strada asfaltata in leggera salita e siamo alla macchina.

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Codula Fuili

Il giorno 25 è iniziato il Raduno di Speleologia, Icnussa 2019, alcuni amici sono partiti, altri sono sopraggiunti, oggi 27 sto ancora smaltendo la fatica di Gorropu, così oggi decidiamo di percorrere questa piccola forra che termina in mare e finire così la giornata in spiaggia.

Nei pressi di Cala Gonone, dalla SS26 si prende la direzione per Nuraghe Mannu, se non lo si intende visitare proseguire fino alle coordinate 40.249278, 9.602750, si parcheggia l’incrocio con una sterrata.

Sul lato opposto un sentiero segnato con degli omini di pietra, in 5 minuti conduce al greto.

Mentre ci prepariamo, Fabrizio, Giancarlo e Alessio vanno a lasciare la macchina a valle per la navetta di ritorno, diretti verso la nota spiaggia di Cala Fuili e parcheggiando 11 km dopo alla fine della strada (40.256863, 9.624605), dove un comodo sentiero conduce al mare e quella sarà la nostra uscita.

Sono circa le ore 11,00 quando entriamo nel greto, dopo una breve camminata siamo già al primo salto di 4m, lo scendiamo ed anche il successivo sempre da 4m e consecutivo,

seguono due o tre disarrampicate con l’ausilio di corde già in loco,

e poi il bello e inaspettato pozzo da 22m, un corrimano in acciaio agevola l’accesso agli attacchi di calata, che avviene in un ambiente simile ad una grotta, gestisce la discesa Fabrizio.

Le pareti ora sono molto vicine, dopo qualche decina di metri giungiamo al salto da 15m, questa volta tocca a me gestire la calata e velocemente stiamo tutti giù,

una breve camminata ed ecco l’ultimo piccolo salto, neanche il tempo di rilassarci che una grossa pietra cadendo sfiora Giancarlo, rasentando la tragedia.

Una volta messici al riparo, facciamo una piccola merenda e poi via velocemente, una mezz’ora di camminata facile nel greto asciutto, alberi, escursionisti e freeclimber all’azione, ci separano dalla spiaggia dove stanno ad attenderci Rosa, Carlo e Marcello.

Fa caldo, un tuffo in mare è d’obbligo anche se l’acqua è gelata.

Abbiamo percorso 3km di canyon, con un dislivello di 345m, sono state sufficienti 2 corde da 30m, agli ancoraggi sono su catena, fix e resinati, la forra è secca quindi siamo abbigliati comodamente.

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Gorropu Amarcord

Mentre sceglievo le foto per il post precedente, sulle Gole di Gorropu, mi è venuta voglia di vedere quelle vecchie del 1992, un attacco di nostalgia, e così ora mi ritrovo a scrivere questo pezzo e a raccontare quell’avventura, dei personaggi e della tecnica usata per percorrerle.

La data impressa sulla diapositiva dice che era di luglio, tre mesi dopo essermi sposato con Rosa, diciamo che è stato un prolungamento del viaggio di nozze, ma in compagnia degli amici più cari, un paio purtroppo non ci sono più.

Sandro ci propose questa escursione, onestamente non era la persona più affidabile tra di noi, sicuramente la più buona e simpatica, e così lo seguimmo, a bordo del suo primo Land Rover blu.

Con noi c’erano anche Fabio e Andrea, era l’ora di pranzo e visto che faceva pure caldo, ci fermammo a mangiare all’ombra di due grossi alberi, nei pressi dell’Ovile di Sedda ar Baccas, dove poi abbiamo lasciato l’auto.

Dopo pranzo a pancia piena decidemmo di fare la forra in due giorni, sapevamo che era lunga, per cui ce la prendemmo comoda, ed anche la pennichella post pasto ci stava tutta.

Ci avrebbero raggiunti due giorni dopo anche Pier Leonida e Massimo, quindi sapevamo già di non riuscire a farla tutta e poi avevamo una sola auto, navetta non si poteva fare, per cui raggiunta la confluenza con la Codula di Orbisi, saremmo tornati risalendo il sentiero che separa le due forre.

 

Così preparammo gli zaini, con anche il necessario per passare una di notte all’addiaccio, cibo, fornelletto, sacco a pelo e amache, per non dormire in terra, mi ricordo che lo zaino era pesantissimo, Rosa poverina non ce la faceva a portarlo, mi ricordo che mi arrabbiai un po’, comunque gli amici più comprensivi di me si divisero le sue cose ed anch’io feci la mia parte ovviamente.

Prima che calasse il buio giungemmo in prossimità del primo salto, ma senza scenderlo, installammo li il nostro bivacco serale, stendemmo le amache tra un sasso e l’altro, noi solo le avevamo e la notte passò tranquilla.

Le amache mi son sempre piaciute, ma per riposare, una notte intera non l’ho mai sopportata, ancora di più oggi, ma a 28 anni i dolori passano presto, così l’indomani alla prima luce, non era possibile altrimenti, cominciammo le calate.

Il primo salto è asciutto, ancora oggi lo è, scendiamo su corda singola, armo speleo e discensori speleo, e l’ultimo poi in contrappeso sull’altra metà della corda, la tecnica canyoning che si usa oggi, era ancora di la da venire, al massimo chi di noi aveva esperienza di arrampicata scendeva usando l’otto o il mezzo barcaiolo, non ricordo, nessuno di noi indossa il casco, tanto stiamo all’aperto, mica in grotta, indossiamo dei bei cappelli di cuoio comprati qualche giorno prima, oggi se qualcuno si approcciasse così, i strilli si sentirebbero fin in continente.

   

Poi cominciano i laghetti, ma noi abbiamo il canotto speleo, ecco cosa pesava tanto! Ma ne io e Rosa sapevamo nuotare, era indispensabile,

   

così ci traghettammo tutti, il primo che giungeva sull’altra sponda remando con le mani, tirava a se tutti gli altri, ma nonostante ciò Sandro riesce a cadere in acqua, per fortuna fa caldo.

   

Giungiamo così ad un altro salto, alla base c’è il lago, bisogna salire sul canotto direttamente in calata, tutto bene finché non tocca a Rosa, purtroppo l’inesperienza gli fa spostare il natante da sotto i piedi, sentendosi mancare l’appoggio sotto i piedi si spaventa e cade in acqua,

   

mezzo metro di volo per carità, però per chi non sa nuotare e a paura e un’altezza enorme, comunque rimane aggrappata alla corda e Andrea si toglie macchina fotografica e orologio da dosso e nuotando gli va incontro e purtroppo quest’ultimo rimarrà come dazio per il tranquillo proseguimento della gita,

   

non prima però di un ultimo capovolgimento di canotto, in uno dei laghi successivi, con sopra Sandro, sempre lui, che non ci prova nemmeno a risalirci sopra, si aggrappa e viene tirato a riva direttamente.

Il resto procede tranquillo, giungiamo alla confluenza e Sandro che conosce la strada, dice lui, ci conduce su per il sentiero di uscita, però sta facendo buio, ormai non ce la facciamo ad arrivare all’auto in tempo, siamo un po’ preoccupati per gli amici che ci devono raggiungere, più che altro non vogliamo che si preoccupino loro per noi non vedendoci arrivare, però ormai non ci sono alternative, per cui decidiamo di accamparci, troviamo un paio di alberi che possano darci riparo e appendere le amache, in una zona più o meno pianeggiante per quelli che dormo per terra.

Il giorno dopo, i dolori post amaca ci sono sempre, mentre smontavamo il piccolo campo, passa di li un cacciatore, al quale chiediamo indicazioni per la via di ritorno, da li capisco che le informazioni di Sandro erano lacunose, tuttavia l’incontro fortunato ci permette di arrivare con sicurezza e con fatica, almeno così ricordo la lunga salita, all’ovile dove avevamo parcheggiato, seguendo il nuovo e temporaneo amico.

Affamati, assetati e stanchi, avevamo solo il necessario per un giorno fuori, chiediamo ospitalità al pastore, più che altro da bere, e lo seguimmo, davanti a noi lui scansava con i piedi le cacche delle capre per aprirci una strada pulita, ah ah ah che scena, ma ci accolse nell’ovile

e non ci offri solo acqua ma ci ristorò con dell’ottimo caglio tiepido e pane carasau, e senza vergogna chiediamo il bis e ci compriamo anche una forma di formaggio, in quell’occasione entrai dentro il suo ricovero pastorale e vidi per la prima volta come sono fatti: un divanetto posteriore di auto come giaciglio, un foro quadrato al centro con ancora la brace accesa, come riscaldamento notturno e per cuocere il latte e scaffali tutto in torno per gli attrezzi e per i formaggi.

Avendo ormai pranzato, ci concedemmo un po’ di riposo, prima di ripartire verso il luogo d’incontro con Massimo e Pier Leonida.

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Gola di Gorropu

In lingua sarda il termine gorropu significa “gola” ed è un profondo canyon creato dall’azione erosiva del Rio Flumineddu, ubicato nel Supramonte in Sardegna, tra i comuni di Orgosolo ed Urzulei.

Ci spetta oggi 24 aprile 2019, un lungo percorso acquatico, percorrendo il tratto più incassato del Rio Flumineddu, in un paesaggio carsico aspro e selvaggio, per concludersi col grandioso canyon finale, chiamato appunto Gorropu, dove i turisti giungono dal basso per visitarlo, almeno questo è quello che recitano le varie guide consultate ed è quello che ci aspettiamo di trovare.

La sera prima abbiamo lasciato l’auto per la navetta, per raggiungere il parcheggio, nei pressi di Dorgali si prende una comoda strada asfaltata che scende verso valle e in una ventina di minuti, circa 10km, si giunge in località S’Abba Arva e all’omonimo ponte, qualche decina di metri prima, nel piazzale del bar si può parcheggiare a pagamento (40.224501, 9.516004), il resto è tutto divieto.

Oggi invece quel sant’uomo di Rocco non viene con noi, per risparmiarci una navetta di 43km è costretto anche lui alla levataccia, sì perché prevediamo di stare fuori non meno di 9 ore per cui dobbiamo partire presto, così ci accompagna all’ingresso della forra, e quindi: dall’incrocio con la SS125, percorriamo circa 10km di strada sterrata (preferibilmente con una auto alta), fino agli ovili di Campos Bargios, per poi girare a sinistra e percorrere ancora 1km circa, fino ad uno slargo (40.144833, 9.477778) ed a un sentiero sulla destra “video sorvegliato”.


Sono le 08,00 del mattino quando ci salutiamo, seguiamo le indicazioni sul libro di “Corrado Conca”, dall’accesso “video sorvegliato” seguiamo il sentiero fino ad intercettare un ripido e sassoso fosso che scende dentro il Riu Flumineddu in circa 15min.

 

 

 

Ora ci aspettano circa un’ora e mezza di camminata tranquilla dentro il fiume secco, gli zaini sono pesanti ma siamo ancora freschi e filiamo come il vento,


 

 

 

poi arriviamo al primo salto, asciutto, e al secondo incomincia l’acqua, purtroppo stagnante e non è piacevole immergersi,



 

 

si supera ancora qualche pozza ed ancora un paio di salti, e poi un susseguirsi di laghetti e toboga, fino alla confluenza con la Codula di Orbisi, denominata Sa Juntura.


Da qui si può risalire presso, tramite il sentiero, che percorre lo spartiacque tra il Flumineddu e Orbisi, fino agli ovili di Sedda Ar Baccas e poi più avanti seguendo la sterrata, all’auto eventualmente lasciata.


Oppure come abbiamo fatto noi, continuare la discesa percorrendo il fiume secco fino ad incontrare le nuove e più pulite pozze, superabili anche con dei traversi attrezzati, da verificare perché non sempre in buono stato, fino ad entrare in uno scavernamento, che i locali chiamano il sifone,

   

anch’esso attrezzato alto, ma in pessimo stato, qui l’acqua è limpida e la luce che filtra dall’alto rende tutto più bello, una breve nuotata se siamo sull’orlo del piccolo ed ultimo salto dove incontriamo i primi turisti che provengono dal basso.


Qui ci cambiamo e dopo una breve pausa, cominciamo la lunga marcia di rientro, 45minuti di cammino su placche e sassi, un piccolo contrattempo, abbiamo preso un sentiero sbagliato, ci costringe ad una calata di 15m dalle pareti della forra, attrezzata su un albero per non tornare indietro, e giunti infine all’uscita della gola, dove c’è il check-in, per i turisti ci viene anche chiesto il pagamento del biglietto, perché essendo la Gola Monumento Naturale, il gestore non fa differenze tra turisti e torrentisti.


Ripresa la marcia, stanchi e con un po’ di malumore, due ore dopo stiamo al ponte e alla macchina, sono ormai le ore 17,30, cioè dopo 9,30 dalla partenza, abbiamo rispettato i tempi descritti nella guida, comprese pause e piccoli contrattempi, e senza nemmeno cambiarci, saliamo in auto e torniamo ad Urzulei dove ci aspettano Rosa e Rocco.

Dal punto di vista naturalistico, la forra è stupenda, dal punto di vista sportivo invece si cammina molto, e non so quanto meriti veramente la visita, abbiamo percorso una dozzina di chilometri, ma solo nella metà centrale ci sono verticali, il dislivello è di 400m circa, si superano una decina di piccoli salti armati su fix e catene, con acqua putrida, almeno in questa stagione, a parte l’ingrottamento che è bellino, e sono sufficienti 2 corde da 20m.

In conclusione, avendola già fatta per metà quasi 30 anni fa, e integralmente invece ora, con i dolori che ho oggi che scrivo, non credo che ci sarà una terza vista.

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