Inferniglio

Agosto 2018, fa tanto caldo, quale miglior occasione potrebbe superare quella di cercare una cache in grotta? La grotta, la cache e poi farsi il bagno nell’aniene!

Aggiudicato! Complice anche la presenza di Stefania, Pietro, Letizia e Davide (gli Ortensia) in vacanza a Roma e ospiti di Laura (after8), raduno un po’ di amici e parenti e facciamo un bel gruppone, ancora si poteva fare (sig) e partiamo in direzione Subiaco. Per gli Ortensia oltre a fare una esperienza in una grotta non turistica, anche quella di trovare una mia cache, in un luogo fuori dal comune.

Arrvati a Subiaco, ridente cittadina famosa tra l’altro per il Santuario benedettino del Sacro Speco, sito meraviglioso ma che non è la meta della nostra gita,

passiamo davanti i ruderi della Villa di Nerone, ancora costeggiando l’Aniene, nei pressi del Laghetto di San Benedetto fino a giungere alla Mola Vecchia, di fronte l’ingresso della grotta, dove c’è un’area attrezzata per pic-nic, parcheggiamo e prendiamo possesso del posto.

Un pochino di storia: la Mola Vecchia fu costruita dai Padri Benedettini nel XI secolo ed è situata in un punto dove l’Aniene forma un invaso naturale e per secoli utilizzato per la macinazione dei cereali dai paesi limitrofi a Jenne. Dell’esistenza del Mulino fin da tempi remoti abbiamo conferma in un documento del 1816 che allude  ad una controversia fra la Comunità di Jenne ed il Monastero di S. Scolastica e sull’esigenza dell’annua prestazione di grano per la mola.

I proventi del mulino di grano situato sul territorio di Jenne, sotto il pontificato di Bonifacio IX (1389-1401) si divisero un due parti o porzioni una delle quali venne assegnata all’abate del Monastero di S. Scolastica. La Comunità di Jenne era obbligata a dare all’abate Commendatario 13 rubia di grano. Se da un lato era oggetto di contese e proventi, dal punto di vista tecnico, il Mulino di Jenne richiedeva continue prestazioni di mano d’opera che la sua manutenzione richiedeva. Tra il 1760 ed il 1771 necessita del rifacimento delle due pietre macinanti, una serie di alluvioni e straripamenti del fiume Aniene causano la rottura della parata, il vecchio vacillante Mulino resisterà ancora per qualche anno a molire frumento per il popolo di Jenne.
“Si narra di una fanciulla a quel tempo dopo aver raccolto un mazzo di viole, lo lasciò inavvertitamente  cadere tra le mancine. Figurarsi la reazione del molenaro e della madre della ragazza quando vide la bianca farina colorarsi di aloni sfumati in azzurro. Era un presagio di addio? Qualche anno dopo, il vecchio mulino cessò di molire. Sul paese ruotava ormai con fragore il nuovo mulino elettrico. Anche suoi Monti di Jenne sorgeva una nuova era.”

Un tempo era facilmente raggiungibile soltanto da Jenne, era oggetto di contesa tra Abbazia e Comunità di Jenne. Opere di ammodernamento delle strutture esterne realizzate di recente dal Comune, lo hanno recuperato facendone un’attrattiva per chi ama muoversi a piedi, oggi è un centro didattico del Parco dedicato all’ambientalista Antonio Cederna.

Ma la bellezza del luogo non finisce qui, lungo tutta la strada ci sono diversi accessi al fiume,

comprensibilmente molto affollati di gente nella stagione calda e una falesia di arrampicata, oltre la Mola si incontra la Sorgente del Cardellino,

un enorme blocco di pietra calcarea ricoperto da muschi da cui scendono una serie di rivoli d’acqua, fino a giungere alla Cascata di Comunacque.

Torniamo alla nostra gita.

Occupati tutti i tavoli, preparati i barbecue, messo a mollo nel fiume bibite e cocomeri, non rimane che prepararci per la grotta. Non entriamo tutti, qualcuno rimane a godersi la natura in tranquillità, prima dell’orda dei barbari in uscita dalla caverna, ma siamo comunque in tanti, con noi anche Django, un bel cagnolone che ci segue ed un canotto per i meno acquatici.

All’ingresso si percepisce la differenza di temperatura, la canicola estiva è stemperata dall’aria gelida che esce,

una volta entrati affrontiamo la prima semplice discesa e poi la salita,

incontriamo le prime concrezioni, con attenzione superiamo delle vaschette calcaree e cominciamo a camminare nel meandro,

riccamente concrezionato, senza mai bagnarci, al massimo i piedi, superiamo un tratto allagato, sfruttando delle corde opportunamente installate dal gruppo speleologico locale, che più frequenta la grotta, fino a dove è necessario il canotto,

a questo punto chi è soddisfatto così, torna indietro, gli altri si imbarcano in direzione del fondo, traghettati dai nuotatori,

fino a giungere al primo sifone, che per noi che non siamo subacquei, rappresenta la fine della grotta. Oltre il punto dove siamo giunti, a partire dal 1983 le esplorazioni subacquee hanno notevolmente ampliato le conoscenze del sistema sotterraneo raggiungendo il decimo sifone, per ora non esplorato.

La grotta conosciuta da sempre, fu esplorata per la prima volta, nel termine moderno del significato, nel 1929 fino al primo sifone dal Circolo Speleologico Romano. Nel 1948 alcuni giovani di Subiaco, trovando aperto il sifone, raggiunsero il secondo con un rudimentale galleggiante formato con pneumatici di automobile, nel ramo fossile, comunque, vennero rinvenute scritte sulle pareti datate 1935. Il breve tratto iniziale descritto nella gita, durante la stagione invernale è completamente sommerso, anzi dalla grotta esce una cascata d’acqua impressionante, inavvicinabile, invece nella stagione calda è accessibile e la sua frequentazione è stata stimata ad alcune migliaia dall’anno della sua scoperta.

Tornando indietro è obbligatorio cercare la cache (GC78TQK), lo scopo di metà dei partecipanti, Pietro il più atletico dei nostri ospiti, individuato il luogo dalle indicazioni fornite, si arrampica e trova facilmente il tesoro,

con grande soddisfazione di tutti, ora possiamo tornare a rivedere il sole, fuori sarà sicuramente caldo, ma dentro noi ora cominciamo a sentire un po’ di freddo, fuori inoltre ci aspetta la merenda e siamo affamati.

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