La Nepa Cinerea e il Monte Acquapuzza

La prima grotta dell’anno, siamo al 3 febbraio 2019, mi vede impegnato a collaborare ad una ricerca biospeleologica, infatti lo Speleo Club Roma, di cui mi vanto farne parte, è stato contattato dal Prof. Sandro Galdenzi, geologo e speleologo marchigiano, riguardo ad una campionatura di Nepa Cinerea, che vive tra l’altro nelle acque sulfuree della Grotta di Fiume Coperto, nel Monte Acquapuzza (Bassiano-Lt).

La Nepa Cinerea, chiamato anche scorpione d’acqua, è un insetto acquatico il quale profilo del corpo, le zampe anteriori e il sifone respiratorio ricorda vagamente quello dei ben più noti scorpioni.

Servono per una analisi filogenetica della specie e della sua distribuzione negli ambienti cavernicoli, portata avanti dal Prof. Serban Sarbu biologo e speleologo romeno, che già si era occupato della Grotta di Movile (in Romania), di Frasassi, e che ha visitato anche Fiume Coperto, insieme al Galdenzi, oramai quasi vent’anni fa.

Per più esauste informazioni, cercare in rete le opere dei due esimi professori.

Quindi dopo una serie di contatti tramite e-mail e telefonici, ci siamo organizzati e dopo aver rimediato alcool e provette siamo partiti, con me ci sono tra gli altri, le professoresse Flavia Gemignani e Federica de Bellis .

Abbiamo prima visitato la Grotta del Laghetto Solfureo dove abbiamo trovato i primi due esemplari,

catturati con l’aiuto di un piccolo colino da cucina, per non danneggiarli,

successivamente ci siamo spostati alla Grotta di Fiume Coperto dove abbiamo prelevato gli altri due esemplari.

Date le piccole dimensioni delle grotte e grazie al fatto che la caccia non è stata poi così impegnativa, siamo riusciti al sole verso l’ora di pranzo, così ci siamo diretti al Ristorante la Catena, dove siamo stati anche intrattenuti dall’ormai noto gestore.

Infine al parcheggio abbiamo provveduto a sciacquare le povere bestiole e a metterle sotto spirito, qualche giorno dopo sono state spedite in Romania.

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Fosso Moneta

Ultima domenica di dicembre, per smaltire l’abbuffata della sera prima, alla grande festa di compleanno di Emilio e Valerio, a casa di quest’ultimo, in cui ci siamo anche fermati a dormire, abbiamo deciso di scendere questo breve fosso.

Questa volta stiamo sui Monti Prenestini, ai piedi di Genazzano imbocchiamo Via di Capranica percorrendo il fondovalle del Rio Caprinica, da prima tra le case, poi attraversato il corso d’acqua, in aperta campagna e la strada si fa sterrata, la si percorriamo finché possibile, noi abbiamo un’auto alta così parcheggiamo al guado (41.8463556N 12.9697833E).

Giunti verso le ore 13,30 al parcheggio, abbiamo guadato immediatamente il Rio Caprinica, di cui il Moneta è affluente, bagnandoci solo i piedi e poco dopo di nuovo, inizia poi la salita seguendo il facile sentiero, dopo 10 minuti si arriva al bivio di uscita, proseguendo a sinistra, sul sentiero principale altri 20 minuti fino ad incontrare il greto secco del fosso (41.8540583N 12.9654778E).

Pressoché asciutto, al massimo ci si bagnano i piedi, quasi del tutto ingombro di rami caduti dal bosco soprastante, che non danno però fastidio,

scendiamo sette salti, gli armi sono naturali o attacchi singoli, tranne che a quello da 27m, che sono doppi ed è anche il più alto, in tutto 80m di dislivello e 350m di sviluppo,

e dopo l’ultimo salto, prima di imboccare il sentiero di ritorno (41.8525028N 12.9687056E), gli ultimi cinque metri di fosso sono ricoperti di rovi, sono necessarie le cesoie.

In circa 20 minuti di passeggiata siamo alle auto, sono ormai le ore 16,00.

Torniamo a casa di Valerio per recuperare Rosa e le auto, dove ceniamo anche, con gli avanzi della festa precedente.

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Fosso del Cerro

16 dicembre 2018, siamo andati a visitare questo fosso che la guida “i Canyon del Lazio” di Angileri dà per asciutto, con una quindicina di salti, il cui più alto di 18m.

Ci troviamo sui Monti Lepini, per raggiungere il parcheggio a valle, dove lasciare l’auto per la navetta, bisogna arrivare al parco di Ninfa, nei pressi di Norma (Lt), e a poche centinaia di metri imboccare Via Celestino II, poco dopo si gira a destra (41.5877111,12.9402528), si attraversa il canale di bonifica e lo si segue fino a dove si lascia l’auto (41.590265,12.943791 dalla strada si vede chiaramente).

Tornati ora sulla strada asfaltata, si sale al paese di Norma, poi si prosegue verso Cori, oltrepassate le mura dell’antica Norba ora la strada costeggia la scarpata che scende verso il fosso del Cerro, parcheggiare nei pressi di alcune antenne (41.596131,12.951432).

Da qui parte un comodo sentiero che in 10 minuti giunge al fosso che lo attraversa (41.600889, 12.947750).

A volte invaso dalla vegetazione, in realtà abbiamo sceso in tutto circa cinque salti, gli altri li abbiamo tutti aggirati o disarrampicati,

e il 18m in pratica non l’abbiamo nemmeno visto, quasi tutte le calate sono in vasca profonde una metrata e quindi un po’ ci si bagna, gli armi sono prevalentemente naturali a parte un paio di attacchi su roccia.

Dopo circa 3 ore, 1200m di sviluppo e un dislivello di 260m, superato l’ultimo salto (41.592250, 12.948333) un sentiero attraversa il fosso, va seguito verso destra, attraversa un uliveto, e in 15 minuti circa siamo alla macchina.

Dopo aver recuperata la macchina a monte, ci passa davanti un gregge di pecore, fermato il pastore gli chiediamo se avesse formaggio da vendere, così la giornata finisce con l’acquisto di una ottima caciotta da consumare a cena.

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Ferrata Marcirosa

Oggi 20 ottobre 2018 siamo solo in quattro, gli altri tre uomini sono rimasti a dormire dopo i bagordi notturni a Matera, al contrario di noi che invece siamo tornati prima, per fortuna a sostenerli c’è il ripristino dell’ora solare, per cui possono dormine un ora in più.

Così di buonora ripercorriamo il Sentiero delle sette pietre, giunti al Ponte Nepalese questa volta non lo attraversiamo, la ferrata inizia poco prima.


   

Complice anche la nostra lentezza, a metà via ci raggiungo gli altri e ci superano anche, a mio avviso il percorso è più semplice, seppur più verticale, questa via attraversa anche due ponti tibetani

   




e termina su un ampio crinale che porta alla stazione di partenza del Volo dell’Angelo di Pietrapertosa.

Per chi come noi non è giunto in auto al paese, quindi partendo da qui, ma ha percorso il sentiero di cui prima, provenendo da Castelmezzano, non resta che scendere alla piazzetta e continuare fino al sentiero percorrendolo nel senso opposto (un oretta circa).

Comunque giungiamo tutti insieme al Volo dell’Angelo, da dove Rosa, Laura R. e Stefano si lanceranno senza paura.



I lanci previsti sono due, giunti in volo a Castelmezzano ora tocca tornare per la stessa via, a Pietrapertosa dove tra l’altro abbiamo lasciato gli zaini, ma comincia a piovere e il volo di ritorno non è garantito.

Per fortuna una breve tregua ci permette il lancio e in un paio di minuti siamo dall’altra parte, ma ricomincia a piovere nel frattempo gli altri sono tornati a piedi, e stanno tornando in auto a prenderci, noi siamo ormai zuppi, dopo una mezz’ora di attesa nel bar più vicino, forse l’unico vista la stagione, la domenica termina al ristorante benché sia passata di molto l’ora di pranzo.

Io e Rosa veniamo riaccompagnati a Castelmezzano dove ci fermiamo ancora per qualche giorno, gli altri invece ripartono per Roma, dove arriveranno in tarda sera.

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Ferrata Salemm

è il 27 ottobre 2018, io e Rosa siamo già a Castemezzano (Pz) da qualche giorno, nelle Piccole Dolomiti Lucane, una tappa delle nostre vacanze, ci raggiungono per il fine settimana gli altri per fare le due ferrate in zona e forse anche il Volo dell’Angelo.

Alle ore 11,00 sono tutti qui, hanno fatto una levataccia per arrivare così presto, ci voglio più di 4 ore da Roma. Bravi! Pausa caffè e merenda e ci avviamo.

Per raggiungere la ferrata da Castelmezzano, raggiungiamo il cimitero (10 min a piedi) e prendiamo poi il Sentiero delle sette pietre,


altro non è che la vecchia via di comunicazione tra Castelmezzano e Pietrapertosa, ed è cosi chiamato perché si ispira ad antichi racconti su cui si fonda il testo di Vito Ballava di Mimmo Sammartino, e lungo il percorso 7 installazioni artistiche riprendono il tema della narrazione.


Inizialmente in discesa, poi in piano fino al fiume ed al ponte Romano (10 min).

Da qui ci sono due possibilità: senza attraversare il ponte proseguire lungo il vecchio sentiero in salita fino all’attacco della ferrata (40 min), oppure come abbiamo fatto noi, attraversarlo e dirigersi verso il nuovo Ponte Nepalese (10 min), oltre inizia la ferrata.

   

Saliamo per un sistema di cenge e canalini e attraversiamo in più punti delle placche appoggiate,


   

è lunga, o almeno cosi appare alla maggior parte di noi, chi perché ne ha fatte poche in vita sua, chi perché è tanto che non ne fa,

   

a metà via passiamo per una piccola chiesetta arroccata su una piana tra due picchi, i due guardiani ci raccontano la loro storia e del voto fatto,



   

   

poi finalmente giungiamo tutti al belvedere del paese, sotto il castello.

Da qui è possibile la discesa per il paese,i la casa dove alloggiamo è a pochi minuti, ma la ferrata non è finita, Rosa e Laura T. comunque decidono che basta così per oggi, invece noi continuiamo, salita una prima rampa di scale in metallo si piega a destra in un sentierino in discesa per riprendere la via, un’altra oretta per la parte che si rivelerà più tecnica.

   

Verso le ore 16 circa siamo a casa. Emilio vuole cenare a Matera, tramite la cugina di Laura T. riusciamo a trovare un ristorante buonissimo, ma anche un po’ più caro, sopratutto per le tre bottiglie di ottimo vino che sono state consumate.

Infine giro al centro di Matera, fin quasi verso le ore 11,00 passate, poi io Rosa e le due Laura decidiamo che basta così, siamo stanchi e non vogliamo nemmeno compromettere la gita dell’indomani, facendo tardi oggi, così salutiamo il trio restante che invece rimarrà un altro po’ e ce ne torniamo indietro, ci vorrà un’altra ora prima di tornare a casa e rivedere il comodo giaciglio.

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Gole del Sammaro

In questa rincorsa del passato, siamo arrivati a fine agosto 2018, il giorno 25 abbiamo percorso un tratto della ciclabile Spoleto – Norcia (le indicazioni nel post del 2016),


poi la sera siamo rimasti ospiti paganti del solito “merendero” a Pontuglia, dove abbiamo anche dormito.

Il giorno dopo invece, visto che il meteo non prometteva nulla di buono, per non tornare troppo presto a casa, decidiamo in extremis di vistare questa la Grotta Arnolfi (le indicazioni nel post del 2015).


Ora invece stiamo a settembre, tramite Emilio, io e Rosa siamo stati invitato a partecipare a questa gita, organizzata da altri, così noi tre partiamo sabato pomeriggio per raggiungere Piaggine e l’agriturismo prenotato, il meteo non prometteva nulla di buono, ma abbiamo tentato ugualmente, male che vada sarà comunque un bel weekend.

Siamo arrivati per primi, ma non abbiamo dovuto attendere molto gli altri, nel frattempo siamo andati a vedere lo stato del torrente dalla cima del ponte che lo scavalca, era secco come il deserto.

Finalmente è l’ora di cena e lo spirito già alto, non può altro che decollare, con il buon cibo locale, il vino e l’ottima compagnia.

Domenica 02 settembre 2018, sveglia alle 7,30, qualche ora prima è piovuto, ma il cielo si va rasserenando, la colazione è ottima ed abbondante, saldato il dovuto al ristoratore si parte.

Per fortuna, o purtroppo, qualche ragazza non entra e così evitiamo di allestire la navetta, qualcuna porterà a valle un auto e ci attenderanno con i piedi a mollo nei pressi dell’uscita, qualcuna andrà al mare, quindi andiamo direttamente a monte, lasciata la statale, la strada da prima asfaltata alterna tratti in pessime condizioni, ma ce l’hanno fatta pure le auto più basse, parcheggiamo nei pressi di un cancello, e al di là del pratone si trova la gola.



Entriamo verso le ore 11,30, con meraviglia scopriamo che l’acqua c’è, ma non lo scorrimento, cominciamo subito con un tuffo, qualcuno preferisce la corda e facciamo lezione,



   




la forra è molto bella, nel tratto più inforrato, allargando le braccia si possono toccare le pareti, la luce stenta ad entrare, i piccoli salti intermedi li tuffiamo o disarrampichiamo,






fino alla fine del tratto stretto, poi rivista la luce ci sono un paio di salti, il più grande di circa 10m e alla fine giungiamo alla risorgenza e al laghetto terminale dove ci sono le donne in attesa, sono ormai le ore 14,30, l’ultimo tuffo e si esce.



Merenda nel bar nei pressi, i proprietari conoscono alcuni di noi, e dopo una birra ed un panino, ci salutiamo, noi andiamo a riprendere le ragazze andate al mare ad Agropoli, dove ci concediamo un aperitivo bis, verso le ore 19,00 ripartiamo, senza nessun intoppo a mezzanotte siamo a casa.

ITINERARIO PER RAGGIUNGERE LA FORRA: Dalla stazione di Atena Lucana dell’autostrada A3 prendere la S.S. 166 in direzione di Roccadaspide, circa 10 km dopo il paese di S. Rufo, su un largo tornante a destra, prendere a sinistra la strada per Roscigno e in prossimità del paese girare a sinistra per una strada in discesa in direzione di Sacco, dopo circa 3 km ancora, si arriva allo spettacolare ponte che attraversa la gola ad un’ottantina di metri di altezza.

Parcheggio a valle:

prima di entrare nel paese di Sacco, imboccare un bivio a destra con indicazione per le sorgenti del Sammaro: la stretta strada asfaltata scende rapidamente tra alcune case, dopo un rettilineo in discesa si incontra un largo tornante a sinistra, fiancheggiato da un muro in cemento dove è possibile parcheggiare un’auto (N40° 23′ 01.3″ E15° 21′ 51.6″), da qui parte una mulattiera in discesa che porta al greto dei Torrente Sammaro, è quindi la via di ritorno (20 minuti).

Parcheggio a monte:

ritornare sulla strada principale e girare in direzione di Roscigno, oltrepassare il cimitero di Roscigno e, dopo meno di 1 km, ad un largo bivio, prendere una strada sulla destra, in cattive condizioni di manutenzione, seguirla per un paio di chilometri fino ad un cancello (N40° 23′ 58.0″ E15° 22′ 24.9″) e parcheggiare l’auto, successivamente aprire il cancello e attraversare il prato sottostante fino a scendere nell’alveo del Sammaro ed all’inizio del tratto inforrato, che si presenta subito con una briglia di cemento (10 minuti).

MATERIALE NECESSARIO: corda 1x30m, muta.

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Fosso dell’Aquilonaccio

Nei weekend precedenti, abbiamo visitato la Grotta del Pretaro e la Risorgenza dell’Inferniglio, solite gite goliardiche, finite la prima coi i piedi sotto un tavolo, la seconda a vino e salsicce, arrostite in riva all’Aniene.

Successivamente, scopriamo l’esistenza di Fosso Bagnolo, che mantiene un po’ di scorrimento anche d’estate e del vicinissimo Fosso dell’Aquilonaccio asciutto invece.

Il meteo nel pomeriggio non promette bene, ma un tentativo di concatenarli entrambi, essendo molto brevi lo facciamo.

Partiamo così questo 19 agosto 2018 con molto comodo da casa, in direzione di Acquapendente (Vt), poco prima sulla strada che proviene da Torre Alfina, al wp (N42° 43′ 51.8″ E11° 55′ 50.6″) si gira a destra in una sterrata in leggera discesa e percorsi circa 200m si parcheggia, noi però parcheggiamo nei pressi dell’uscita del Bagnolo (N42° 43′ 58.4″ E11° 55′ 54.0″), 500m prima del punto indicato, proseguiamo a piedi per cinque minuti, nel bosco, fino al greto dell’Aquilonaccio (N42° 43′ 59.9″ E11° 55′ 53.1″), il solito fossetto parzialmente invaso dalla vegetazione,


ma dopo 10 minuti di cammino siamo già sul pozzo da 46m, bello e panoramico,


essendo poco frequentato, gli armi sono sufficienti, sarebbe da doppiare l’armo più esposto, così da usarlo per la calata piuttosto che come deviatore, infatti il recupero della corda non è stato per nulla semplice, per fortuna o sfortuna, due di noi hanno rinunciato a scendere e dopo averci aiutato dall’alto a disarmare, a far scorrere la corda, sono tornati alle auto.


Noi invece dopo aver ammirato il pozzo appena disceso, per la maggior parte nel vuoto, abbiamo proseguito e dopo aver superato una zona di caos di massi ed alcune placche scivolose, siamo giunti al pozzo da 19m sceso senza problemi e da li via sulla strada del ritorno.

Dopo l’ultimo (N42° 44′ 08.3″ E11° 55′ 41.0″) salto si giunge alla confluenza con il fiume principale, il Subissone, lo si segue camminando sul versante sinistro, giunti a delle briglie di cemento si continua a sinistra, si attraversa un altro affluente, il Fosso Bagnolo, giungendo ad un antico ponte e alla mola.



Senza attraversarlo si segue il sentiero a mezza costa, ad un bivio si va a sinistra, ora il percorso segue parallelo il Fosso Bagnolo, si intravede una delle cascate, siamo nei pressi dell’entrata di questo fosso, che si può concatenare a quello già fatto, proseguendo invece ancora per poco si è sulla strada asfaltata, si gira a sinistra e si raggiunge l’auto parcheggiata.

Giunti a monte del Fosso Bagnolo vediamo la bella cascata che sputa acqua, ma si sta facendo tardi e anche i tuoni che si sentono in lontananza non promettono nulla di buono, quindi rinunciamo e proseguiamo fino a ricongiungerci con gli altri.

NOTA D’ARMO: 2x50m corde, sequenza salti 2-46-19-2

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Gole del Salinello e Forra del Cusano

E siamo al 21 luglio 2018, facciamo da prima una capatina alle Gole del Salinello (la descrizione nel post del 2012), ad un passo da Teramo, nei Monti Gemelli ad est dei Monti della Laga, l’ambiente a tratti inforrato, è un susseguirsi di vasche tuffabili, e camminate lungo il greto, niente di tecnicamente impegnativo, ad eccezione dei periodi di forte scorrimento, dove occorre prestare la massima attenzione.

La percorreremo solo io, Fabrizio ed Alessandro, mentre Veruska vittima di una sciatalgia non entra e si presta per fare navetta, risparmiandoci un po’ di tempo, la ritroveremo a valle ad aspettarci al fresco dentro il fiume.

In serata giungiamo a Popoli dove abbiamo prenotato un B&B, l’indomani ci aspetta la Forra del Cusano.

22 luglio: dopo una abbondante colazione al B&B di Popoli, giungiamo non senza fatica a Roccamorice, ci sono diversi cantieri stradali ed un paio di strade crollate, che ci hanno obbligato a giri tortuosi per raggiungere il paese.

Finalmente siamo al ponte da cui parte la nostra gita (42.210836, 14.022797 Google Maps), fa molto caldo, ma pure oggi Veruska decide di non entrare, la ritroveremo al bar del paese con la macchina lascia a monte.

Scendiamo la scarpata costeggiante il ponte, invasa di rovi ed ortiche e che arriva sull’alveo del torrente in 2 minuti, dal momento che la vegetazione non ci permetteva una discesa sicura abbiamo messo una corda per i pochi metri restanti, e sempre per proteggerci dalla vegetazione indossiamo le mute, ben sapendo che ci vorrà una mezz’ora prima che l’acqua, che scorreva nascosta e silenziosa sotto i detriti, riemerga via via da piccole risorgenze.

La mezz’ora più infernale, scavalcando grossi massi di crollo, sotto il sole cocente, ci fermiamo per rispogliarci, non si resiste, comunque 10min ancora e troviamo la prima acqua, sembra un miraggio.

Ora stiamo meglio, ma la progressione non migliora di molto sempre nell’acqua bassa e tra grossi massi di crollo, quando non è la vegetazione ad infastidirci.

Giungiamo finalmente al tratto inforrato, una bella cascata con grosso lago alla base ed un paio di toboga, ma finisce presto, ritorna la noiosa progressione descritta,

ancora un bella cascata, questa volta troviamo gente a fare il bagno, siamo a due terzi del percorso, scendendo diamo un po’ di spettacolo, e di nuovo in marcia fino all’ultimo salto,

una piccola briglia di cemento, in alto il malconcio cammino dei vecchi minatori, che riprenderemo dopo aver superato questa ultima pozza.

I salti sono una quindicina, i due più importanti di dodici metri ciascuno, il primo in corrispondenza della confluenza del fosso Launelle (o fosso Pietralata) ed il secondo più a valle che sembra essere uno specchio di faglia trasversale rispetto alla direzione dell’asta del torrente.

Giunti ad una briglia e al vecchio camminamento dei minatori si supera l’ultima pozza a nuoto (42.230192, 14.031541 Google Maps), si risale per il vecchio sentiero dei minatori lungo circa 900 m, fino alla macchina (42.225150, 14.028605 Google Maps).

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Inghiottitoio di Camposecco

La domenica precedente, ennesima traversata tra Pastena e Obbuco, ma avendone già parlato nei post precedenti, mi limito a menzionare l’evento, invece oggi 08 luglio 2018 piccola gita in grotta, tanto per non rimanere al caldo di Roma, quindi con l’autostrada Roma-L’Aquila usciamo a Carsoli, prendiamo la via Tiburtina Valeria verso Roma e poi per Camerata Nuova.

Giunti al paese in prossimità dei Carabinieri (sx) e di un bar (dx) si gira a destra per Camposecco (cartello), la strada diventa ben presto sterrata, si proseguiamo sempre dritti ignorando ogni stradina laterale fino a giungere ad un grosso bivio su un ponticello, un cartello segnavia del Parco Regionale Monti Simbruini ci indica a sinistra per Camposecco.

Superato un deposito d’acqua, poco dopo entriamo nella valle e la grotta si trova sulla sinistra, all’inizio della valle, ai piedi delle collinette, a circa 300m
dalla strada, in direzione del bosco, fra evidenti spuntoni calcarei.





In periodi asciutti si può giungere con la
macchina fino all’imbocco della cavità (41.990120, 13.144026 google maps), ma è vietato essendo Parco.




All’ingresso incontriamo davanti a noi un gruppetto di speleo abruzzesi, gentilissimi, abbiamo usufruito delle loro corde, inevitabilmente ci siamo intoppati nel meandro,



loro intenzionati a passare la strettoia e scendere il successivo pozzo di 60m, noi invece dietrofront e direzione ristorante.


NOTA D’ARMO: dall’ingresso fin dove siamo arrivati

Pozzo 4m – corda quanto basta

Saltino 6m |
|– corda da 20m
Saltino 6m |

Saltino di 4m (da collegare ai successivi solo se c’è acqua)

Saltino 6m |
|– corda da 25m
Saltino 6m |

Saltino 4m (armo facoltativo)

Pozzo 20m – corda da 30m

Fino a qui in totale 18 attacchi + 2 cordini per deviatori

30 settembre 2018: siamo tornati, questa volta tutti i Maestri dello Speleo Club Roma, per prepararci ed allinearci, visto l’imminente Corso di primo livello.

Abbiamo armato un po’ tutti quanti, verificate le criticità della grotta in modo da utilizzarla per il corso e raggiunta la strettoia, quindi tornati indietro.

All’esterno alla base del pozzo d’ingresso, Max ci spiegato come fare una risalita in artificiale e Fabio ha provato l’ebbrezza di realizzala, al termine Gaia, Stefano e Flavia hanno verificato una segnalazione ricevuta dal pastore incontrato, si tratta di un pozzo poco distante in mezzo al prato, recintato a protezione delle bestie, in cui si è calata Gaia.

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Gole del Titerno

Ricollegandomi al post precedente, usciti velocemente dal Callora e dopo circa 3 ore di auto, arriviamo col buio a Cusano Mutri, sempre in Matese, dove alloggiamo in attesa di Emilio e Rocco l’indomani.

Oggi primo luglio 2018 la sveglia è molto comoda e la colazione abbondante, e abbiamo un po’ più di tempo per recuperare le fatiche del giorno prima, nel frattempo abbiamo avuto notizie di “commerciali” provenienti da Roma per fare la forra, circa 20 persone, più diversi altri, oltre ai turisti nella parte attrezzata a valle (Caccaviola).

Quando arrivano infine gli amici, dopo una seconda colazione, partiamo subito per lasciare l’auto a valle e Rosa che non entrerà con noi, quindi da Cusano Mutri seguiamo le indicazioni per Pietraroja e Sepino: circa 3 km dopo, poco prima del ristorante La Grotta delle Api, imboccare una stretta strada asfaltata in discesa sulla sinistra, parcheggiare nei pressi del ponte nel fondovalle (N41° 20′ 57.5″ E14° 31′ 56.2″), questa parte delle gole, sono conosciute come Gole di Caccaviola.

Da questo punto è possibile anche verificare la portata del torrente prima di intraprendere la discesa.

Salutata Rosa ora, dal ponte torniamo sulla strada principale e giriamo a sinistra in direzione Pietraroja, superare il paese e nei pressi di una fontana (N41° 20′ 59.8″ E14° 33′ 10.3″) girare a sinistra fino a raggiungere il ponte sul Titerno, luogo di parcheggio a monte (N41° 21′ 45.1″ E14° 32′ 56.9″), però come se non bastasse una gara di Rally pende sulle nostre teste come una spada di Damocle, non sappiamo quale sia il percorso e se chiudano qualche strada, infatti abbiamo faticato un po’ per colpa delle deviazioni momentanee, poi però il seguito tutto bene.

Sono le ore 14,00 circa quando riusciamo ad entrare, superato il primo saltino giungiamo al salto più alto di 18m, ed incontriamo la guida del gruppo di Roma che ci precede, ultimo a scendere, per fortuna, lo abbiamo aiutato nel disarmo, giacché per velocizzare le manovre, aveva attrezzato la calata in maniera poco ortodossa e ci ha chiesto una mano nel recupero della doppia, poi è toccato a me raggiungere l’armo esposto ed attrezzare la discesa.



Superato il pozzo più difficile, il resto è stato un susseguirsi di tuffi e piccole calate, giunti nella parte più inforrata, la gola è attrezzata completamente con teleferiche col cavo di acciaio, utilizzate dai turisti paganti accompagnati.





Divertente e tecnica, anche con discreta portata d’acqua i rischi sono ridotti in quanto il salto più alto è spostato dalla cascata e non ci sono punti tanto stretti da essere pericolosi.









Alle ore 18,00 finalmente usciamo, dopo circa venti salti, e pochi metri prima incontriamo Rosa che ci fotografa dalla cima di un masso, da qui in poi, 5 minuti di sentiero e stiamo alle auto e ai turisti, ormai pochi vista l’ora.




(tutte le foto sono di: Bevilacqua, D’Onofri, De Filippis)

Valerio e Sara dopo aver recuperato la macchina tornano a Roma, noi altri finiamo degnamente al ristorante e siamo a casa all’una di notte.

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