Gorropu Amarcord

Mentre sceglievo le foto per il post precedente, sulle Gole di Gorropu, mi è venuta voglia di vedere quelle vecchie del 1992, un attacco di nostalgia, e così ora mi ritrovo a scrivere questo pezzo e a raccontare quell’avventura, dei personaggi e della tecnica usata per percorrerle.

La data impressa sulla diapositiva dice che era di luglio, tre mesi dopo essermi sposato con Rosa, diciamo che è stato un prolungamento del viaggio di nozze, ma in compagnia degli amici più cari, un paio purtroppo non ci sono più.

Sandro ci propose questa escursione, onestamente non era la persona più affidabile tra di noi, sicuramente la più buona e simpatica, e così lo seguimmo, a bordo del suo primo Land Rover blu.

Con noi c’erano anche Fabio e Andrea, era l’ora di pranzo e visto che faceva pure caldo, ci fermammo a mangiare all’ombra di due grossi alberi, nei pressi dell’Ovile di Sedda ar Baccas, dove poi abbiamo lasciato l’auto.

Dopo pranzo a pancia piena decidemmo di fare la forra in due giorni, sapevamo che era lunga, per cui ce la prendemmo comoda, ed anche la pennichella post pasto ci stava tutta.

Ci avrebbero raggiunti due giorni dopo anche Pier Leonida e Massimo, quindi sapevamo già di non riuscire a farla tutta e poi avevamo una sola auto, navetta non si poteva fare, per cui raggiunta la confluenza con la Codula di Orbisi, saremmo tornati risalendo il sentiero che separa le due forre.

 

Così preparammo gli zaini, con anche il necessario per passare una di notte all’addiaccio, cibo, fornelletto, sacco a pelo e amache, per non dormire in terra, mi ricordo che lo zaino era pesantissimo, Rosa poverina non ce la faceva a portarlo, mi ricordo che mi arrabbiai un po’, comunque gli amici più comprensivi di me si divisero le sue cose ed anch’io feci la mia parte ovviamente.

Prima che calasse il buio giungemmo in prossimità del primo salto, ma senza scenderlo, installammo li il nostro bivacco serale, stendemmo le amache tra un sasso e l’altro, noi solo le avevamo e la notte passò tranquilla.

Le amache mi son sempre piaciute, ma per riposare, una notte intera non l’ho mai sopportata, ancora di più oggi, ma a 28 anni i dolori passano presto, così l’indomani alla prima luce, non era possibile altrimenti, cominciammo le calate.

Il primo salto è asciutto, ancora oggi lo è, scendiamo su corda singola, armo speleo e discensori speleo, e l’ultimo poi in contrappeso sull’altra metà della corda, la tecnica canyoning che si usa oggi, era ancora di la da venire, al massimo chi di noi aveva esperienza di arrampicata scendeva usando l’otto o il mezzo barcaiolo, non ricordo, nessuno di noi indossa il casco, tanto stiamo all’aperto, mica in grotta, indossiamo dei bei cappelli di cuoio comprati qualche giorno prima, oggi se qualcuno si approcciasse così, i strilli si sentirebbero fin in continente.

   

Poi cominciano i laghetti, ma noi abbiamo il canotto speleo, ecco cosa pesava tanto! Ma ne io e Rosa sapevamo nuotare, era indispensabile,

   

così ci traghettammo tutti, il primo che giungeva sull’altra sponda remando con le mani, tirava a se tutti gli altri, ma nonostante ciò Sandro riesce a cadere in acqua, per fortuna fa caldo.

   

Giungiamo così ad un altro salto, alla base c’è il lago, bisogna salire sul canotto direttamente in calata, tutto bene finché non tocca a Rosa, purtroppo l’inesperienza gli fa spostare il natante da sotto i piedi, sentendosi mancare l’appoggio sotto i piedi si spaventa e cade in acqua,

   

mezzo metro di volo per carità, però per chi non sa nuotare e a paura e un’altezza enorme, comunque rimane aggrappata alla corda e Andrea si toglie macchina fotografica e orologio da dosso e nuotando gli va incontro e purtroppo quest’ultimo rimarrà come dazio per il tranquillo proseguimento della gita,

   

non prima però di un ultimo capovolgimento di canotto, in uno dei laghi successivi, con sopra Sandro, sempre lui, che non ci prova nemmeno a risalirci sopra, si aggrappa e viene tirato a riva direttamente.

Il resto procede tranquillo, giungiamo alla confluenza e Sandro che conosce la strada, dice lui, ci conduce su per il sentiero di uscita, però sta facendo buio, ormai non ce la facciamo ad arrivare all’auto in tempo, siamo un po’ preoccupati per gli amici che ci devono raggiungere, più che altro non vogliamo che si preoccupino loro per noi non vedendoci arrivare, però ormai non ci sono alternative, per cui decidiamo di accamparci, troviamo un paio di alberi che possano darci riparo e appendere le amache, in una zona più o meno pianeggiante per quelli che dormo per terra.

Il giorno dopo, i dolori post amaca ci sono sempre, mentre smontavamo il piccolo campo, passa di li un cacciatore, al quale chiediamo indicazioni per la via di ritorno, da li capisco che le informazioni di Sandro erano lacunose, tuttavia l’incontro fortunato ci permette di arrivare con sicurezza e con fatica, almeno così ricordo la lunga salita, all’ovile dove avevamo parcheggiato, seguendo il nuovo e temporaneo amico.

Affamati, assetati e stanchi, avevamo solo il necessario per un giorno fuori, chiediamo ospitalità al pastore, più che altro da bere, e lo seguimmo, davanti a noi lui scansava con i piedi le cacche delle capre per aprirci una strada pulita, ah ah ah che scena, ma ci accolse nell’ovile

e non ci offri solo acqua ma ci ristorò con dell’ottimo caglio tiepido e pane carasau, e senza vergogna chiediamo il bis e ci compriamo anche una forma di formaggio, in quell’occasione entrai dentro il suo ricovero pastorale e vidi per la prima volta come sono fatti: un divanetto posteriore di auto come giaciglio, un foro quadrato al centro con ancora la brace accesa, come riscaldamento notturno e per cuocere il latte e scaffali tutto in torno per gli attrezzi e per i formaggi.

Avendo ormai pranzato, ci concedemmo un po’ di riposo, prima di ripartire verso il luogo d’incontro con Massimo e Pier Leonida.

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